The Odyssey

Ogni nuovo film di Christopher Nolan arriva nelle sale accompagnato da un carico di aspettative a dir poco enorme. Non solo perché oggi è probabilmente il regista più riconoscibile del cinema contemporaneo, ma perché ogni sua opera viene vissuta come un evento, capace di dividere il pubblico e alimentare discussioni per mesi. Nel mio caso, però, l’attesa era ancora più particolare. Nolan è uno dei registi che più hanno influenzato il mio modo di guardare il cinema. Al liceo ho dedicato la mia tesi a “Interstellar”, e da allora mi è sempre stato difficile osservare un suo film con totale distacco. Questo però non significa che io parta prevenuto in senso positivo. Anzi, Oppenheimer è un film che non mi è piaciuto per nulla, come anche Dunkirk, che anch’esso non mi ha convinto.

C’era poi un’altra ragione che rendeva questa visione ancora più rischiosa. Sono un grande appassionato di mitologia greca. Ho letto più volte l’Odissea e l’Iliade, sia durante gli anni della scuola, sia poi per interesse personale. Ho approfondito il poema attraverso i commenti di Luciano De Crescenzo e negli ultimi anni ho ritrovato quel mondo anche nei romanzi di Madeline Miller, da “La Canzone di Achille” a “Circe”. Insomma, mi sedevo in sala con un bagaglio di aspettative enorme, forse persino più grande di quello già enorme che normalmente accompagna un film di Nolan.

Ciò che Nolan mette in scena è un viaggio che è insieme epico e intimo, perché ogni tappa non è soltanto una prova fisica, ma anche un passaggio interiore. Dalla caduta di Troia al desiderio ostinato di tornare a Itaca, Ulisse attraversa luoghi che oggi possiamo collocare sulla mappa dalla Turchia alla Sicilia, fino al tratto di mare tra Corsica e Sardegna dove incontra Circe. Ma ciò che davvero conta, non è soltanto la geografia, è la stratificazione emotiva e simbolica di ogni incontro, da Circe a Calipso, da tensione al silenzio, dalla guerra all’attesa. Ci sono le prove, certo, ma c’è soprattutto una progressiva spoliazione dell’eroe, fino a lasciare l’uomo solo con il desiderio disperato di tornare a casa, che gli dei, sfida dopo sfida, mandano in fumo. Il passaggio nell’Ade, ad esempio, non è soltanto un incontro di ombre, è una resa dei conti, una ferita che si riapre e che dà al ritorno un peso non trionfale ma profondamente umano.

Si arriva a un punto del film in cui diventa inevitabile però fare i conti con le critiche che sono state mosse verso Nolan e il suo film. Una delle più ripetute riguarda il fatto che Nolan abbia scelto alcuni tra i volti più noti e riconoscibili del cinema di oggi, rendendo, secondo alcuni, meno credibili questi eroi omerici. Personalmente non è una critica che sento davvero fondata, se non magari nella figura di Calipso interpretata da Charlize Theron, che sembra uscita da una sua pubblicità di CHANEL.

Quella che invece faccio mia, e che credo valga la pena affrontare, riguarda piuttosto le figure femminili. In particolare, penso a Circe. Avendo letto il romanzo di Madeline Miller, interamente dedicato a questa dea esiliata, mi sono reso conto di quanto nel film la sua presenza sia ridotta a una semplice tappa nel viaggio di Ulisse. Anche la scena in cui trasforma gli uomini in porci viene mostrata in modo efficace, sì, ma senza il peso, la complessità e il retroscena che quel personaggio potrebbe avere. In tre ore di film è chiaro che non si può approfondire tutto, ma il risultato è che Circe finisce per essere uno tra i tanti ostacoli sulla strada di Ulisse, e non davvero un personaggio centrale con cui fare i conti. È questa semplificazione, più che la scelta degli attori, a lasciarmi davvero perplesso.

Concludo questa recensione dicendo che potrei parlare e scrivere di questo film per ore. L’ho visto solamente una volta, eppure sento già una grandissima voglia di rivederlo, per potermi godere tutte le sfaccettature di questo racconto, che considero il più riuscito dell’intera carriera di Christopher Nolan.

Ho avuto la sensazione di trovarmi davanti al film che Nolan volesse realizzare fin dal primo giorno in cui ha iniziato a fare cinema, ma che abbia scelto di rimandare fino a oggi. Ha aspettato di diventare il regista che è, di poter lavorare con le persone migliori, con la migliore tecnologia disponibile e con una conoscenza del linguaggio cinematografico tale da poter affrontare un’opera di questa portata.

Per questo credo che, dopo una carriera costellata di grandi successi, grandi incassi, grande ambizione e film di enorme valore, sia proprio The Odyssey a rappresentare la sua consacrazione definitiva. È il punto più alto del suo percorso, il film con cui Christopher Nolan viene, finalmente, incoronato.

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