È sempre bello quando un regista del calibro di Steven Spielberg si presenta di nuovo al cinema. L’ha fatto qualche anno fa con il suo personalissimo The Fabelmans, e lo rifà quest’anno, tornando alla sua grande passione per lo spazio in Disclosure Day. L’impronta di Spielberg si vede sempre, è inconfondibile e intoccabile, ma il messaggio stavolta lo perde in mezzo a scene d’azione inutili e una trama, purtroppo, un po’ vecchiotta.
Spielberg ci butta nel bel mezzo dell’azione, vediamo subito Daniel (Josh O’Connor) che scappa con la sua ragazza da una segretissima agenzia governativa per aver rubato dei dati super segreti. Nel frattempo, una meteorologa televisiva (Emily Blunt) inizia a parlare in diretta in una strana lingua fatta di tic. Entrambi vengono chiamati e guidati Hugo (un fortissimo Colman Domingo), il leader di questo gruppo di “ribelli” che hanno l’intento di pubblicare tutte le informazioni rubate da Daniel. Ma il capo dell’agenzia governativa è disposto a tutto pur di non lasciarli scappare, pure usando uno strano aggeggio non del nostro pianeta.
Mi è difficile parlare male di un film di Spielberg, quindi inizio a parlare della sua regia che è, come sempre, intoccabile. La telecamera, non so come, ma vola in ogni scena, si infila in ogni piccolo buco pur di non fare tagli. Infatti le scene sono molto molto lunghe e spaziano da qualche piccola stanza ad un campo enorme pieno di gente. Spielberg deve essersi proprio divertito, e si vede, a cercare modi per riuscire a fare i piani sequenza più folli mai visti.
Di conseguenza se un regista fa scene molto lunghe vuol dire che affida il film alle interpretazioni del suo cast, che, purtroppo, non sono un granché. Emily Blunt è forse la più convincente anche se poco espressiva, visto che ha il personaggio più interessante su cui si basa tutto il film. Josh O’Connor fa il minimo indispensabile per interpretare questo Snowden che non sa mai cosa fare e cade sempre dal pero. La ragazza di Josh O’Connor, Eve Hewson, è forse la peggiore con un interpretazione un po’ di legno in molte scene. Colin Firth, il cattivo cattivissimo, fa il classico cattivo che è cattivo solo perché è cattivo. Questo cast è un mix molto particolare che non sembra mischiarsi alla perfezione, e in alcune scene si vede fin troppo.
Ma parliamo della trama in sé. Spielberg vuole parlare di umanità attraverso la divulgazione di file segreti che dimostrano l’esistenza di alieni, ma in mezzo ci mette inseguimenti inutili, misteri senza risposte, argomenti non approfonditi e dei dialoghi vecchi. Si vede fin da subito che è un film un po’ vecchio stile, e non è per forza una cosa negativa, ha comunque il suo charme, ma i dialoghi sono fin troppo poetici e la trama dipende da cose che, ormai, sono datate. Infatti tutto gira intorno ai nostri eroi che vogliono mandare in onda tutti i video degli alieni in diretta nazionale di un telegiornale, quando ormai, è internet che domina il mondo dell’informazione.
Ma fingiamo che tutto questo abbia senso e stiamo al gioco di Spielberg. Siamo quindi in mezzo ad una possibile invasione aliena visto che proprio loro hanno scelto due rappresentanti umani per permetterci di comunicare con loro. Josh O’Connor infatti è la persona che capisce la loro lingua, un tramite tra umani e alieni. Mentre Emily Blunt, a sorpresa, è la persona che capisce gli esseri umani, un ponte tra le traduzioni aliene e la comprensione umana. Perché si, secondo Spielberg non siamo più in grado di parlarci e capirci, c’è bisogno di un rappresentante che ci spieghi tutto in modo umano, visto che la nostra umanità l’abbiamo persa.
E questo concetto è estremamente interessante, ma purtroppo sviluppato solo nella parte finale del film. Il resto è tutto inseguimenti, e fughe, e incidenti in treno, e sto aggeggio alieno che fa quello che vuoi quando vuoi per far andare avanti la trama. È tutto molto confuso.
Il film comunque intrattiene, anche se, a mio avviso, lascia troppe domande sul funzionamento di molte cose. Per quanto sia interessante il messaggio finale, Spielberg si è un po’ perso nel fare il regista figo (e per l’amor del cielo, ce l’ha fatta in pieno) senza approfondire veramente quello che conta.

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