Ci sono opere prime normali, e poi Backrooms di Kane Parsons. A vent’anni, l’ex Youtuber che costruiva corridoi infiniti su Blener dalla sua camera da letto è diventato il regista più giovane di sempre a firmare un film numero uno al box office. La A24 non decide allora di comprare l’idea delle backrooms, ma di ingaggiare direttamente il suo creatore. Ed è esattamente la scelta giusta visto che il concetto delle backrooms difficilmente si adatta ad un film visto che non hanno una vera trama. Parsons ci ha creato dietro una sorta di lore attraverso la sua serie su Youtube ma rimangono un’atmosfera. Un wallpaper giallo, ronzio di neon, moquette umida, l’idea di essere “usciti dalla realtà” e di non riuscire più a rientrare. Materiale perfetto per un corto su YouTube, potenzialmente letale su 110 minuti.
Parsons e lo sceneggiatore Will Soodik risolvono il problema con l’unica mossa intelligente possibile: non spiegano le Backrooms, le usano come metafora. Clark (Ejiofor) è un architetto fallito che gestisce un negozio di mobili in agonia, alcolizzato, con un matrimonio in pezzi; quando scopre una porta che non dovrebbe esistere nel seminterrato, non trova un mostro, trova il proprio fallimento reso architettura. Sarà la sua terapeuta Mary (una grandissima Renate Reinsve) a entrare per riportarlo indietro, e a scoprire che il salvataggio degli altri è solo la sua forma preferita di fuga.
La cornice della Async Research Institute, con il found footage del 1990 che apre il film, è il collante che tiene insieme il tutto senza mai cedere alla tentazione della spiegazione totale. L’istituto passa dallo scansionare le strutture nascoste del corpo umano alla mappatura di una struttura esterna che si comporta come un subconscio: la traiettoria concettuale del film in una riga di dialogo.
Ed è qui che il film diventa qualcosa di più di un fenomeno di costume. Lo spazio non è un inferno, né un universo parallelo. È un archivio di memoria che assorbe le esperienze emotive e le ricostruisce sbagliate.
Ogni corridoio è un ricordo danneggiato. La mascotte pirata del negozio ritorna come creatura alta tre metri. La cena in cui Mary è costretta a recitare il matrimonio fallito di Clark, con i Still Life seduti al tavolo come parenti, non è una scena di paura: è una seduta di terapia condotta da un edificio. Il luogo non attacca, rielabora: copia le stanze, poi copia le relazioni, poi copia le persone.
La logica è quella del trauma non processato. Nelle Backrooms non devi mai affrontare niente, perché c’è sempre un’altra porta, un’altra versione del ricordo, un altro corridoio identico. La stasi travestita da esplorazione. È la definizione clinica dell’evitamento, resa in moquette.

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