Flow

Flow di Gints Zilbalodis è un’opera d’arte che sfida le convenzioni del cinema d’animazione contemporaneo, abbandonando i dialoghi e affidandosi esclusivamente al potere evocativo delle immagini e del suono.

Ambientato in un mondo post-apocalittico sommerso dall’acqua, Flow segue un quintetto di animali – un gatto, un cane, un capibara, un lemure e un uccello– che si trovano a navigare insieme verso una fragile speranza di sopravvivenza. Gli animali agiscono e interagiscono come creature autentiche, esprimendo una gamma di emozioni attraverso movimenti, posture e sguardi, che ti permettono di capire e empatizzare con gli animali, senza dover usare parole e spiegazioni di alcun tipo.Questa scelta conferisce al film una cruda verosimiglianza, un’aura quasi documentaristica che lo distingue da qualsiasi altro prodotto animato che ho visto nell’ultimo periodo e che mi ricordi.

La narrazione visiva di Flow si accompagna a un’estetica pittorica che immerge lo spettatore in un mondo intriso di bellezza e desolazione. I toni morbidi e le texture stilizzate del film evocano una dimensione onirica, mentre i giochi di luce e ombra riflettono i conflitti interiori e le dinamiche relazionali del gruppo. Ogni fotogramma è un’opera d’arte a sé stante, che non solo delizia gli occhi ma invita a una riflessione più profonda sulla fragilità della vita e sulla resilienza che nasce dalla collaborazione. Passiamo in città sommerse, grandi edifici realizzati dall’uomo che, sommersi per metà, regalano una visione priva del significato originale.

Essendo tutto il lavoro senza dialoghi, il ruolo della colonna sonora diventa cruciale. Le composizioni minimaliste accompagnano gli animali nella loro odissea, alternando momenti di quiete contemplativa a situazioni sonore che sottolineano la tensione e l’urgenza della sopravvivenza. Il design sonoro, inoltre, amplifica l’immersione, facendo vibrare ogni scena con il rumore dell’acqua, il fruscio del vento e i suoni naturali che diventano quasi un linguaggio universale.

Sotto la superficie della trama semplice, Flow nasconde un simbolismo universale. L’assenza dell’uomo non è solo una scelta narrativa ma una potente dichiarazione ecologica: la natura sopravvive e si adatta, trovando nuovi equilibri anche in uno scenario di devastazione. Gli animali diventano metafore di qualità umane: il coraggio del labrador, la prudenza del gatto, la solidarietà del capibara la meticolosità con cui il lemure raccoglie gli oggetti che trova nel cammino e li racccoglie con cura in una cesta.

Nonostante le loro differenze, questi esseri si uniscono in una danza precaria di fiducia e necessità, dimostrando che la sopravvivenza è possibile solo attraverso la cooperazione.

Flow non è semplicemente un film, ma un manifesto per ciò che l’animazione può essere: uno strumento di esplorazione artistica e filosofica, capace di trascendere le aspettative di pubblico e critica. Vincitore di numerosi riconoscimenti, il film ha ridefinito il concetto di animazione come forma d’arte adulta e universale, confermando che il silenzio può essere più eloquente di mille parole. Ai Golden Globe appena passati infatti, ha ottenuto il maggiore riconoscimento per la sua categoria, portandosi a casa la statuetta per il “miglior film d’animazione dell’anno appena trascorso”.

In definitiva, Flow è un viaggio viscerale e spirituale che abbraccia la bellezza dell’incertezza e la forza dell’istinto. Non è un film che si guarda, ma un’esperienza che si vive, una che rimarrà a lungo impressa nel cuore e nella mente di chiunque abbia il privilegio di lasciarsi trasportare dalla sua corrente.

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