Dune: Prophecy

Serata di chiusura del Festival di Ginevra, luci basse, pubblico curioso, e sullo schermo parte finalmente Dune: Prophecy, la tanto attesa serie prequel ambientata diecimila anni prima degli eventi narrati nei film di Villeneuve. Doveva essere l’occasione perfetta per esplorare le origini delle Bene Gesserit, quell’ordine di donne potenti e manipolatrici che intrecciano religione, genetica e politica in una danza di intrighi galattici. Doveva, appunto.

Perché quello che arriva sullo schermo è sì una serie ambientata nell’universo di Dune, ma priva della sua anima. Tutte le cose più intriganti (l’addestramento mentale, la Voce, la genealogia che porterà alla nascita del Kwisatz Haderach) vengono liquidate nei primi cinque minuti, in un voice-over pigro e impersonale. Sembra quasi una nota riassuntiva obbligatoria, un “riassunto delle puntate precedenti” di una serie che non è mai iniziata.

Poi inizia l’episodio vero e proprio, e lì comincia la sofferenza.
La lentezza non è contemplativa né filosofica: è proprio inerzia pura. Le scene si trascinano senza direzione, i dialoghi sembrano scritti da qualcuno che ha letto Herbert solo su Wikipedia, e la trama si perde tra visioni mistiche e crisi d’identità. La sensazione costante è che la serie non sappia cosa vuole raccontare, se l’ascesa di una sorellanza segreta, un dramma familiare o un manuale di aromaterapia spaziale.

Le protagoniste, interpretate con impegno ma poca guida registica, restano figure bidimensionali, tutte sguardi intensi e frasi criptiche, ma prive di quella tensione interiore che dovrebbe caratterizzare una Bene Gesserit. Persino i momenti che dovrebbero emozionare scivolano via, come sabbia tra le dita, e di sabbia, in Dune, ce n’è già abbastanza.

Visivamente la serie prova a rifarsi, e bisogna ammetterlo: fotografia e scenografie sono di alto livello. I costumi funzionano, le atmosfere sono coerenti e l’estetica mantiene quel gusto mistico e desertico che riconduce all’universo di Villeneuve. Ma la regia non sa cosa farne: tutto è bello ma immobile, come un dipinto appeso in un museo troppo silenzioso.

E mentre scorrono i minuti, ti chiedi quando arriverà il momento in cui questa Profezia si realizzerà davvero. Ma non arriva. Finisce tutto con la sensazione di un pilot smarrito, un tentativo di epica spirituale che si perde nella nebbia delle proprie ambizioni.

Certo, si intravedono spunti potenzialmente interessanti: qualche accenno di rivalità interna tra le sorelle, un vago mistero sulle origini dell’ordine… ma servono ben altri toni per dare vita a un mito come quello delle Bene Gesserit.

In sintesi, Dune: Prophecy sembra una serie che medita su se stessa, troppo impegnata a essere mistica per ricordarsi di essere anche narrativa.
E quando si spengono le luci in sala, la profezia più chiara è quella del pubblico: “Speriamo che nel secondo episodio succeda qualcosa”.

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