Kore’eda è ormai un grand habitué del festival di Cannes e, dopo esserci stato nel 2023, torna anche quest’anno in concorso con Sheep in the Box, un film che non ha messo tutti d’accordo.
Siamo in un futuro prossimo, Kensuke e Otone, rispettivamente marito e moglie, hanno perso loro figlio Kakeru da ben 2 anni dopo un tragico incidente. Decidono quindi di affidarsi alla compagnia Reborn, capace di creare degli androidi umanoidi identiche al bambino defunto partendo da immagini e racconti dei genitori. Otone trova finalmente un modo per avere una chiusura, mentre Kensuke è disperato a trovare delle risposte sull’incidente che gli ha rubato il figlio. Nel frattempo Kakeru si domanda la vera ragione della sua esistenza.
Molti l’hanno etichettato come un brutto episodio di Black Mirror, altri come un remake di AI: Artificial Intelligence di Spielberg, perdendo completamente il cuore del film di Kore’eda. Il regista ci porta in un viaggio non solo alla scoperta della morte, ma pure alla scoperta della vita. Dal punto di vista di Kakeru vediamo come lui si sente un qualcosa di troppo, e ha come obiettivo quello di trovare il suo vero posto nel mondo, una vera vita non artificiale. Dal lato opposto abbiamo i genitori, completamente spezzati, che cercano in Kakeru delle risposte che potranno trovare solo in loro stessi.
Quello che Kore’eda lascia è un enorme dolcezza in tutto il racconto. La calma, i riti e le relazioni tra tutti i personaggi sono calcolati al millimetro, niente è spinto e tutto si lascia trasportare dagli eventi. Il percorso fatto dai personaggi è lento, certo, ma curato in ogni dettaglio, per poi concludere, insieme, nell’atto finale.
Non ha niente a che fare con Black Mirror, ed è molto più profondo di AI: Artificial Intelligence. La dolcezza lasciata da Kore’eda e Kakeru ha fatto diventare Sheep in the Box uno dei nostri preferiti di questa edizione del Festival di Cannes.

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