Anche quest’anno Quentin Dupieux ci regala una doppietta. Ben due film al Festival di Cannes, noi siamo riusciti a vedere Full Phil nella proiezione di mezzanotte ormai famosa per i boati contro Canal+ (eh si, famosa per questo e non per il film…).
Ovviamente le aspettative erano alte parliamoci chiaro, non è solo un film di Dupieux, ma ha pure come protagonista Woody Harrelson, cosa potrebbe andare storto? Harrelson è un padre che cerca disperatamente di riformare un legame con la figlia, Kristen Stewart, mentre lei mangia, e mangia, e mangia, e mangia, e guarda un film in cui due scienziati catturano un mostro della laguna per studiarlo. E mentre la figlia mangia, la pancia di Harrelson diventa sempre più gonfia, e lui le chiede disperatamente di smettere.
Dupieux non è conosciuto per fare film solo surrealisti, il bello del cinema di Dupieux è l’intelligenza e di come riesce a mandare messaggi diretti con delle metafore folli. Ecco, è esattamente questo che manca in Full Phil. La debole relazione tra padre – figlia è unidirezionale, solamente il padre cerca di avere un legame con la figlia, mentre lei continua a mangiare, a prendere tutto quello che può, ignorandolo e insultandolo. Mentre lui, impotente, non riesce nemmeno a farsi valere, per paura che lo staff dell’hotel lo prenda per un molestatore. È una relazione in cui la figlia ha il coltello dalla parte del manico, e il padre, “vittima”, sta a guardare mentre lei continua a fargli del male. Finché lui non ce la fa più e, ovviamente, esplode (letteralmente).
È tutto fin troppo ovvio e diretto. Sin dal momento in cui Harrelson inizia a gonfiarsi sai già dove il film vuole andare a parare. Risultano quindi 70 minuti, o poco più, di discussioni e gag abbastanza ripetitive. E, purtroppo, il peggio è che non c’è nessuna sorpresa, elemento importantissimo nel cinema di Dupieux. Si spera in un qualche twist che ribalti la situazione, o uno stratagemma che renda il tutto più interessante, ma no, si rimane in questa metafora per tutta la durata e basta, resta solo l’amaro in bocca.
La sottotrama del film non l’ho proprio capita. Questi scienziati ammazzano un mostro della laguna e, studiandolo, decidono di riportarlo in vita per fargli delle domande. Ovviamente, una volta rianimato, il mostro li mangia e scappa. Non so se è semplicemente una ripetizione della stessa metafora della relazione padre figlia, di rubare la vita a chi te l’ha data, e purtroppo si ricade un altra volta nella ripetizione dello stesso messaggio.
Stavolta Dupieux ha fatto un piccolo buco nell’acqua. Il film è comunque divertente e intrattiene, ma nella filmografia del regista francese verrà velocemente dimenticato.

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