La Linea della Palma

Guardando le prime due puntate di La Linea della Palma, mi è tornato in mente uno dei motivi principali per cui non sono mai stato un grande fan dell’idea di presentare serie ai festival. Il formato festivaliero funziona benissimo per i film: arrivi, guardi un’opera completa, la giudichi e la archivi nella tua esperienza. Con le serie, invece, vedere solo alcune puntate è frustrante per definizione. Ti trovi a metà di qualcosa che non sai dove andrà, devi aspettare mesi per proseguire, oppure, com’è spesso il caso con produzioni più piccole, finisci per non recuperarla mai, complici distribuzioni inesistenti o release fumose. È un modo di presentare che raramente valorizza il prodotto; anzi, spesso ne espone solo i limiti.

E nel caso di La Linea della Palma, questa presentazione parziale non aiuta una serie che già in partenza mostra diverse fragilità. Mi fa sinceramente male parlarne così, soprattutto perché parliamo di una produzione ticinese, e vedere opere della propria regione è sempre motivo di curiosità e affetto. Ma qui il risultato, almeno in queste prime due puntate, è sorprendentemente vicino a un prodotto amatoriale. La regia è discontinua, priva di un vero controllo sul ritmo e sulla messa in scena; la fotografia cambia senza motivo, creando una sensazione di confusione visiva; e gli errori di continuità sono così frequenti che distraggono continuamente dalla storia (se riesco pure io a notarli è grave).

Le interpretazioni, purtroppo, non riescono a compensare questi problemi. Gli attori sembrano poco diretti, spesso insicuri su cosa dovrebbero trasmettere nella scena. Ne risulta una recitazione rigida, forzata, che appiattisce anche quei momenti che sulla carta avrebbero dovuto essere emotivamente più forti o misteriosi. Ancora più problematici risultano i dialoghi: goffi, infantili, quasi sempre fuori tono. Sembrano scritti di fretta, senza attenzione alla naturalezza o al sottotesto, e finiscono per togliere qualsiasi realismo alle interazioni tra i personaggi.

Ed è un peccato, perché il mistero centrale è effettivamente interessante nelle sue premesse. Ci sono idee potenzialmente intriganti, piccoli dettagli che suggeriscono un mondo più complesso sotto la superficie. Ma la qualità generale della serie è talmente bassa da sabotare sistematicamente ogni tentativo di creare tensione o coinvolgimento. Le scene che dovrebbero inquietare diventano involontariamente comiche, quelle che dovrebbero far riflettere risultano forzate, e gli snodi narrativi si percepiscono più come coincidenze mal costruite che come passi studiati di una trama più ampia.

Dopo due puntate, quindi, il problema è semplice: non nasce alcuna voglia di andare avanti. Non è solo questione di aspettare mesi per proseguire o di sapere se la serie verrà distribuita. È proprio che ciò che ho visto finora non costruisce curiosità né fiducia. L’idea di base poteva funzionare, e si vede che dietro c’è entusiasmo, ma l’esecuzione è troppo debole per sostenere l’ambizione del progetto. E quando una serie ti lascia così, già a inizio percorso, recuperarla diventa più un dovere che un piacere.

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