The Life of Chuck, l’adattamento cinematografico dell’omonimo racconto di Stephen King a cura di Mike Flanagan, si presenta come un’opera ambiziosa che abbandona i canoni dell’horror per avventurarsi in una riflessione esistenziale sulla vita, la morte e il significato che attribuiamo a ogni singolo istante. Il risultato è un film dal concetto affascinante, ma che, nel suo desiderio di essere esplicito, rischia di smorzare la potenza della scoperta da parte dello spettatore, approdando a una filosofia a tratti sbrigativa.
Il film si apre con un’idea tanto potente quanto suggestiva, presa in prestito da Walt Whitman: “I contain multitudes” (“Contengo moltitudini”). Nel primo capitolo, assistiamo a una sorta di apocalisse lenta e surreale: le stelle scompaiono, internet collassa e ovunque compaiono immagini di un uomo qualunque, un contabile di nome Chuck, con la scritta “39 fantastici anni! Grazie, Chuck!”. Presto ci viene rivelato che questo caos globale non è altro che il riflesso della morte di Chuck stesso. L’universo che si spegne è l’universo interiore di un uomo, la somma delle sue esperienze, dei suoi ricordi, delle persone che ha incontrato.
Sebbene l’idea che ogni individuo sia un cosmo a sé stante sia di grande impatto, Flanagan sceglie di esplicitarla quasi subito, senza lasciare allo spettatore il tempo e il piacere di unirne i pezzi. Questa scelta, se da un lato garantisce la comprensione del messaggio, dall’altro priva il film di quel mistero che avrebbe potuto renderlo un’esperienza più profonda e personale. La metafora viene spiegata, quasi didascalicamente, lasciando poco spazio all’interpretazione e alla meraviglia della scoperta.
Al di là della morte, il vero filo conduttore che lega i personaggi del film è l’attesa. Tutti, in un modo o nell’altro, stanno aspettando qualcosa. I personaggi del primo capitolo attendono la fine del mondo, cercando conforto l’uno nell’altro mentre l’universo si disfa. Lo stesso Chuck, nel corso della sua vita raccontata a ritroso, è in attesa: attende di crescere, attende l’amore, e infine, attende la morte che sa essere inevitabile.
Questa perenne attesa diventa il palcoscenico su cui si gioca la vera partita della vita. Il film suggerisce che, dato che la fine è una certezza per tutti, l’unica vera scelta che abbiamo è come vivere durante questa attesa. In questo senso, The Life of Chuck è un invito a cogliere l’attimo, a ballare per strada senza un motivo, a dare valore a ogni singolo, insignificante momento. L’importanza non risiede nel punto d’arrivo, ma nel viaggio stesso.
Nonostante le ottime premesse e la sincera emotività che Flanagan riesce a infondere in diverse scene, la filosofia di fondo del film rimane un po’ “spiccia”, non sufficientemente approfondita. Il messaggio, per quanto nobile (il classico “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”) viene presentato in una forma che sfiora il cliché.
La complessità dell’esistenza, il dolore, la contraddizione e le sfumature più oscure dell’animo umano vengono toccate solo in superficie, risolvendosi in una celebrazione della vita che, a tratti, appare semplicistica. Manca uno scavo più profondo nelle implicazioni di questa visione del mondo, un confronto più coraggioso con il nichilismo che una tale premessa potrebbe comportare. Il film offre una risposta confortante, ma forse troppo facile, a una delle domande più complesse dell’esistenza.
In conclusione, The Life of Chuck è un’opera visivamente curata e animata da un’idea di base potente. Tuttavia, la sua eccessiva chiarezza narrativa e una riflessione filosofica che non osa andare fino in fondo lo rendono un’esperienza interessante ma non pienamente riuscita, un film che commuove senza però lasciare un segno duraturo nello spettatore.

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