Wes Anderson è tornato, e con lui il suo inconfondibile, millimetrico e parallelissimo universo visivo. Con The Phoenician Scheme, il regista ci invita ancora una volta in un mondo che solo lui sa creare, popolato da un cast stellare e orchestrato con la precisione di un orologiaio svizzero. Eppure, superata la meraviglia iniziale per la composizione di ogni singola inquadratura, emerge una sensazione di vuoto, la sgradevole impressione che, questa volta più che mai, la gabbia dorata dello stile abbia finito per soffocare tutto il resto.
Non si può negare la maestria estetica di Anderson. Ogni scena di The Phoenician Scheme è una cartolina perfetta, un quadro in movimento dove ogni colore pastello, ogni carrellata simmetrica e ogni oggetto di scena sono posizionati con una cura quasi ossessiva. Il problema è che questa perfezione formale, marchio di fabbrica del regista, diventa qui il fine ultimo del film, anziché il mezzo per raccontare una storia. Lo stile è talmente totalizzante e autoreferenziale da trasformarsi in una barriera, un filtro che rende tutto bellissimo ma freddo, distante. Lo spettatore ammira l’involucro, ma fatica a sentire il cuore pulsante che dovrebbe animarlo.
Bill Murray, Benicio Del Toro, Tom Hanks, e la solita, impressionante parata di stelle abita il mondo del film. Ma è un’abitazione precaria. Nonostante il talento smisurato a disposizione, i personaggi sembrano semplici pedine, manichini elegantissimi costretti a muoversi secondo schemi rigidi. Il loro compito principale pare essere quello di recitare dialoghi fittissimi e velocissimi, spiegando senza sosta i dettagli di una storia di spionaggio volutamente intricata e, alla fine, irrimediabilmente confusa. Invece di vivere e respirare, i personaggi “spiegano”, diventando meri veicoli di una trama troppo intricata che li mette completamente in secondo piano. Si ha la sensazione che Anderson sia più innamorato del suono delle sue parole che delle anime che dovrebbero pronunciarle.
Se il precedente Asteroid City, con la sua complessa struttura a matriosca, riusciva comunque a far emergere un nucleo tematico chiaro e toccante (che potete leggere qui) questa nuova opera lascia perplessi. Finiti i dialoghi torrenziali e le splendide geometrie, la domanda che sorge spontanea è: “Sì, ma dove voleva andare a parare?”. The Phoenician Scheme sembra girare a vuoto, un esercizio di stile magnifico ma fine a se stesso, privo di un centro emotivo o di una tesi riconoscibile. È un labirinto splendido da guardare, ma dal quale si esce con la frustrante sensazione di non aver scoperto nessun tesoro al suo interno.
In conclusione, The Phoenician Scheme è forse uno dei film più andersoniani di Wes Anderson, e questo non è necessariamente un complimento. È un’opera che delizierà i puristi della sua estetica, ma che lascerà insoddisfatti coloro che cercano nel suo cinema non solo la bellezza, ma anche un’anima.

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