Mickey 17

È un compito ingrato, quasi impossibile, quello che spetta a Bong Joon-ho: come si realizza un film dopo aver creato un capolavoro come Parasite? Ogni sua nuova opera è destinata a vivere sotto l’ombra di quel trionfo, e Mickey 17 non fa eccezione. L’attesa era alle stelle, ma il confronto è tanto inevitabile quanto spietato, e purtroppo questo nuovo capitolo della sua filmografia non riesce a reggerlo.

Ancora una volta, il regista sudcoreano punta il dito contro il capitalismo, tema a lui carissimo. Se in Parasite l’analisi era chirurgica e stratificata, qui il tono si avvicina molto di più a quello di Okja. Mickey 17 è, in sostanza, una favola sci-fi che ripropone la stessa critica allo sfruttamento sistematico, ma sostituendo il super-maiale con un essere umano. Il protagonista, Mickey (interpretato da Robert Pattinson), è un “sacrificabile”, un operaio usa e getta inviato in missione su un pianeta ostile, il cui corpo viene clonato ogni volta che muore. Una metafora potente ma, al tempo stesso, quasi urlata, che mostra come il sistema non si limiti a sfruttare le risorse, ma la vita stessa, rendendola un prodotto replicabile e privo di valore.

Il problema principale, però, risiede nel tono. Se la critica sociale è presente e chiara, il modo in cui viene messa in scena risulta a tratti sorprendentemente “infantile”. La complessità e le sfumature che hanno reso grande Parasite lasciano il posto a una narrazione più semplice, quasi favolistica, dove i “cattivi” sono macchiette grottesche e la satira perde di forza. Questa scelta di registro rende il film quasi didascalico, come se Bong Joon-ho sentisse il bisogno di semplificare il messaggio per paura che non arrivasse al pubblico. Il risultato è un’opera che, pur trattando temi profondi come la vita, l’identità e lo sfruttamento, lo fa con un approccio che smorza la sua stessa potenza.

In conclusione, Mickey 17 è un film che vive di una contraddizione interna: ha l’ambizione di parlare di massimi sistemi ma lo fa con un linguaggio a tratti troppo elementare. Pur essendo un’opera visivamente interessante e con un’idea di fondo potente, non riesce a scrollarsi di dosso né l’eredità del suo predecessore, né la sensazione di essere una variazione sul tema di Okja meno riuscita e più ingenua.

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