Diamant Brut

Con Diamant Brut, il regista tenta di scolpire una riflessione sul mondo scintillante (e tossico) dei social e della fama a portata di smartphone. Il film segue la parabola di una giovane influencer in ascesa o in caduta, dipende dal punto di vista in un universo dove la verità si misura in like e la fragilità umana in stories da 15 secondi.

C’è l’intenzione, c’è lo sguardo critico, ma manca la lama.
Diamant Brut propone una bella riflessione sui social e sui reality, sul modo in cui ci esponiamo e ci deformiamo per essere visti, ma non dice niente di davvero nuovo. È come ascoltare un discorso sensato che però hai già sentito mille volte, solo con un filtro più patinato.

Il film avrebbe potuto scavare più a fondo, ma si ferma in superficie: accarezza i temi della dipendenza digitale, dell’identità artificiale, dell’autoillusione… e poi li lascia lì, come post incompleti in bozza. L’estetica è curata, con immagini da videoclip e un uso sapiente delle luci fredde, ma questa stessa estetica finisce per diventare la sua trappola: Diamant Brut denuncia l’apparenza… rimanendo prigioniero dell’apparenza.

Le interpretazioni reggono in particolare la protagonista, che riesce a trasmettere quel misto di narcisismo e vulnerabilità tipico di chi vive di approvazione pubblica ma la sceneggiatura manca di coraggio. Non osa, non graffia. Si limita a raccontare la decadenza della fama con il tono di chi non vuole sporcare troppo le mani.

Eppure, nonostante tutto, Diamant Brut funziona a modo suo: come specchio lucido di una generazione che brilla solo quando qualcuno la guarda. Ti lascia addosso una sensazione di malinconia silenziosa, come un feed che scorri sapendo che non ti cambierà la giornata, ma lo guardi lo stesso.

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