È molto difficile trovare una biografia che non sia soggettiva. Ogni volta che andiamo a vedere il racconto della storia di qualcuno, ci troviamo sempre il punto di vista del regista o dell’attore che lo interpreta, che sia negativo o positivo. In The Apprentice invece, per quanto mi aspettassi un film pronto a distruggere la figura (già non messa molto bene) di Donald Trump, ci troviamo di fronte ad un film più oggettivo di quello che possiamo pensare. Il film infatti ripercorre la nascita dell’imprenditore americano, da quando era giovane e timido fino a quando un certo Tony Schwartz lo intervista per scrivere il libro, ormai iconico, The art of the deal. E questa “origin story” non fa altro che mostrare le cose più conosciute del futuro presidente, senza aggiungere cose troppo scioccanti (ok, a parte quella scena) e rimanendo molto realista.
Si inizia quindi con un giovane Donald (un truccatissimo Sebastian Stan) che fa la conoscenza dello spietato avvocato Roy Cohn (uno stranissimo Jeremy Strong). E già dall’inizio vediamo la genialità del regista Ali Abbasi, e il significato dietro al titolo di questo film. Oltre all’ovvio riferimento al reality show di Trump, l’Apprendista è proprio il nostro Donald, preso sotto l’ala protettrice di Roy Cohn. Noi conosciamo questo personaggio che è la copia esatta dell’attuale Trump, mentre il giovane protagonista ci sembra di non conoscerlo per niente: timido, di poche parole, viene perennemente interrotto quando parla, incapace di formulare una frase. E da qui avviene la metamorfosi: Trump impara tutto quello che può da Cohn e crea il Donald Trump che tutti conosciamo. E mentre da un lato qualcosa viene costruito, dall’altro qualcosa viene distrutto, infatti Cohn, per via di una malattia, è sempre più debole e in fin di vita.
Il film è fatto dalle interpretazioni. Jeremy Strong fa paura: impassivo, asettico, pieno di tic e spietato. Sembra quasi la versione ancora più cattiva del Donald Trump dei giorni nostri. La delicatezza con cui interpreta un malato di AIDS verso la fine del film è ancora più scioccante in contrasto a come abbiamo visto il personaggio all’inizio, veramente un ottimo lavoro. Sebastian Stan, come sempre, è un maestro dei dettagli. Se all’inizio ci sembra semplicemente lui con una parrucca bionda, più il film va avanti più notiamo le movenze e le cadenze del vero Trump. La precisione dei movimenti e dell’accento è incredibile, così come il peso che ci mette in ogni scena: non è mai troppo, non è mai una caricatura, è sempre perfetto e realistico, come se non stesse nemmeno recitando. E la soddisfazione di vederlo alla fine del film con le stesse caratteristiche del Trump che conosciamo è altissima.
Detto questo, se ho capito bene esistono più versioni di questo film, immagino dopo lo scandalo della prima mondiale al Festival di Cannes di quest’anno. Purtroppo ho visto la versione cinematografica e non so quali differenze ci sono con la versione non tagliata. Per questo mi viene da dire che, per essere una biografia è con i piedi per terra, non vuole distruggere o elevare il protagonista, vuole solo mostrare i fatti, siamo noi a doverci fare un’idea. Per quanto alcune cose che si vedono siano folli e completamente illegali, non ci sorprendono conoscendo il personaggio.
Abbasi porta quindi una biografia pulita e contestualizzata molto correttamente. Non risulta mai pesante, anzi, intrattiene molto bene nonostante la trama non è poi così complicata.

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