Wes Anderson x Roald Dahl

Non ci bastava un trend su TikTok e un film al cinema per vedere Wes Anderson dappertutto. A sorpresa, arriva con 4 cortometraggi direttamente su Netflix, ognuno basato su un racconto di Roald Dahl. Se il primo, The Wonderful Story of Henry Sugar, l’avevamo già conosciuto a Venezia, gli altri tre arrivano senza nessun preavviso. Il mondo di Dahl si mischia alla perfezione allo stile preciso e a pastello di Anderson, e il formato cortometraggio rende quest’ultimo molto più godibile e non troppo stancante (ogni riferimento a The French Dispatch è puramente casuale).

Ogni corto narra un racconto diverso, interpretato sempre dagli stessi attori: Benedict Cumberbatch, Ben Kingsley, Dev Patel, Ralph Fiennes (che dà anche la faccia a Roald Dahl), Rupert Friend e Richard Ayoade. C’è ovviamente sempre un fil rouge che lega tutti i racconti e che cercherò di spiegarvi ora, partendo dal primo:

The Wonderful Story of Henry Sugar. Henry Sugar è un uomo solo, ricco, narcisista ed egocentrico. In biblioteca, scopre il racconto di un santone capace di vedere con gli occhi chiusi. Si decide a seguire le lezioni scritte dal santone per barare a blackjack e diventare sempre più ricco. Come tutti i racconti scelti da Anderson, la trama è molto semplice e diretta, ma non per questo meno appassionante. Anderson in questo primo corto si sbizzarrisce a fare un racconto in un racconto in un altro racconto. Infatti iniziamo con Rolad Dahl che racconta di Henry Sugar, per poi avere Henry Sugar che ci legge il libro di un dottore, e continuare con il dottore che ci racconta la storia del santone. Si può quasi definire Inception fatto da Anderson, ed è una tecnica che troviamo spesso nei suoi film, in particolare in Grand Budapest Hotel. È un modo simpatico di dare profondità alla storia ma, con la velocità nella quale vengono raccontati i fatti, è all’inizio un po’ confusionario. Questo corto è l’unico, secondo il mio punto di vista, che ha un finale positivo, o che semplicemente ha della positività. Noi vediamo come Henry Sugar, attraverso le lezioni del santone, nonostante sia guidato dalla pura avidità, alla fine cambia completamente. Avendo perso ogni stimolo, trova un senso nella vita solamente aiutando gli altri, siccome per sé stesso ha già fatto e capito tutto. Certo, può sembrare abbastanza egoista come pensiero, ma è in regola con il personaggio e lo porta ad un cambiamento radicale e perfettamente costruito.

Il secondo corto, The Swan, introduce già la cattiveria umana, e nonostante il tono sia sempre lo stesso, il racconto è molto più macabro. Un uomo adulto ci racconta di quando è stato bullizzato anni fa, quando era un bambino. È stato preso in giro, picchiato, legato ai binari di un treno e obbligato ad indossare le ali di un cigno morto. Uccello non scelto a caso, il cigno, non solo simbolo di purezza e bellezza (quella di Henry Sugar forse?) ma anche, come viene detto, uno dei più protetti in Inghilterra. Ma nessuna protezione salva né lui né il bambino protagonista dalla malvagità dei due bulli, mentre Anderson ci mostra, unicamente a parole, come la cattiveria umana non ha limiti.

Passiamo quindi a The Rat Catcher, il mio preferito dei quattro. Anche qui di positivo non c’è niente, anche se da un lato è quello che più mi ha fatto sorridere per l’intelligenza della messa in scena. Se prima abbiamo visto la cattiveria umana di bambini, ora vediamo come questa evolve nel mondo degli adulti, attraverso uno sterminatore di ratti. L’uomo misterioso, attraverso tante metafore, spiega più volte che per riuscire a sterminare i ratti bisogna capirli, bisogna vivere come loro, bisogna essere un ratto. Non si tratta più di un gioco violento tra adolescenti incoscienti delle proprie azioni, no, la violenza diventa calcolata e studiata. Nonostante il piano dello sterminatore non funzioni, non manca l’opportunità di mostrare le proprie capacità di domatore della morte, giocando con la vita di un ratto proprio di fronte ai clienti che l’hanno assunto. L’uomo ci fa capire come la migliore distruzione arriva proprio dalla fiducia, e dai giochi che si fanno con quest’ultima. Lui, un infiltrato in un altro mondo, in un altra specie, entra a farne parte per distruggerla dall’interno. La strategia ultima, che finirà per ucciderci tutti.

Finiamo con Poison. Un uomo, Pope, è bloccato a letto, non può muoversi, può solamente bisbigliare lentamente delle parole. Quando viene trovato da Woods gli dice che un serpente velenosissimo si è addormentato sotto le sue lenzuola. Woods chiama subito il dottor Ganderbai, un indigeno del posto, per aiutarlo. Dopo mille tentativi (riusciti) del dottore, Pope salta via dal letto per scoprire che… non c’era nessun serpente. Il dottore chiede spiegazioni e viene pesantemente insultato da Pope, lasciando lui e Woods senza parole, mentre lasciano la casa. L’ultimo pezzo del puzzle della cattiveria umana vista in precedenza era proprio questa. Se prima la discriminazione era tra specie diverse (uomini e ratti), ora vediamo solo tre esseri umani, uguali ma diversi. I tre personaggi li vedo molto caricaturali, abbiamo: Pope, il razzista; il dottor Ganderbai, il soppresso; Woods, l’essere umano. Quest’ultimo rappresenta la percentuale di umanità che deve perennemente giustificare quelli come Pope. L’ultima frase di questo cortometraggio penso possa racchiudere il messaggio che accomuna tutti i corti: il dottor Ganderbai è pronto per partire in macchina e Woods gli dice “Mi scusi dottore, mi scusi per tutto”. Il dottore risponde semplicemente “Non puoi”. Non per cattiveria o miseria, ma semplicemente perché non sta a Woods scusarsi. Non sta ad altri giustificare la natura sbagliata degli esseri umani. Non sta a noi giustificare il male e la cattiveria di altri.

Se all’inizio, con l’evoluzione di Henry Sugar, Wes Anderson ci fa un po’ sognare e sperare in un futuro migliore, proseguendo ci ricorda la nostra natura nascosta. Sono cortometraggi visivamente Wes Anderson al 100%, ma ci vediamo tanta malinconia, cattiveria e frustrazione nel messaggio che vogliono mandare. Sembra quasi continuare il discorso di esistenzialismo iniziato in Asteroid City (che trovate qui) e approfondirlo sotto differenti lenti. Per quanto riguarda lo stile, la scenografia rimane impeccabile come sempre. Pulita e precisa, si muove liberamente come la macchina da presa e toglie la dimensione asettica da set cinematografico, lasciando più spazio alla storia. Può piacere come non piacere ovviamente, ma trovo che per dei prodotti di 20/30 minuti questo stile sia perfetto e dia il massimo di sé. Il punto debole che più mi ha affaticato è come i protagonisti ci parlano. Direttamente in camera, gli attori sembra che leggono direttamente dal copione, riga per riga, molto velocemente. Le informazioni sono tante e passano in fretta una dopo l’altra (si, esattamente come in French Dispatch). Ripeto che per dei cortometraggi funziona meglio che per un film più lungo, ma rimane comunque troppo fisso e statico rispetto al resto del mondo che Anderson crea.

Insomma, sapete che a me piace quando si parla di negatività e cattiveria, e sono stato piacevolmente sorpreso da questo cambio di Anderson. Speriamo che prima o poi decida di fare un cambio anche nello stile, tornando nel giusto equilibrio che aveva in passato.

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