Yannick

Ovviamente, la prima recensione di Locarno 76 non poteva che essere il film più Hateful che abbiamo visto finora. L’ultimo film di Quentin Dupieux (almeno fino a settembre quando me presenterà un altro a Venezia) ha tutti gli elementi tipici del regista, meno il surrealismo.

La trama è semplicissima: durante lo svolgimento di una pièce teatrale, uno spettatore sempliciotto si alza e si lamenta, dicendo che lo spettacolo non gli piace per niente e devono cambiarlo. Gli attori per un po’ lo ascoltano, per poi cacciarlo dal teatro. La situazione si fa tesa quando Yannick torna con una pistola, tenendo tutti in ostaggio.

La più grande dote di Dupieux è quello di riuscire a condensare tutto quello che vuole dire in poco tempo, con una storia semplicissima e dei personaggi scritti in modo perfetto. È proprio questo che intendevo quando dicevo che in questo Yannick c’è proprio tutto. Il fulcro è proprio lui ovviamente, Yannick, che come sottolinea più volte ha dovuto prendere libero dal lavoro, 45 minuti di bus e 15 minuti a piedi pur di arrivare a vedere quello spettacolo a teatro. Da lì nasce la sua frustrazione che lo porta a bloccare tutto e ad intimare di cambiare pièce teatrale, perché insomma, ha preso libero e vuole guardare qualcosa che gli piace!

Già da qui una prima riflessione, i diversi punti di vista sull’arte e come ogni persona la giudica un base a quello che ha dovuto passare per arrivarci (non solo con i mezzi pubblici ovviamente, ma proprio come esperienze di vita). Yannick è un sempliciotto, fa il guardiano notturno, sbiascica quando parla e non ne capisce niente di teatro. Ovviamente agli attori non interessa niente del suo punto di vista. Ed è qui che vediamo un approccio diverso stavolta con gli occhi degli attori che, obbligati a dover ripetere ogni sera lo stesso spettacolo, non si chiedono nemmeno se al pubblico piace o no, essendo completamente affogati nella loro arte.

Ma la situazione cambia completamente una volta che Yannick torna a teatro con una pistola. Il suo punto di vista stavolta è indiscutibile. Tutti lo ascoltando senza porre domande, tutti stanno dalla sua parte. Quello che prima era uno sfigato, grazie ad un mero oggetto diventa la persona più importante della sala. Il potere cambia la dinamica di tutto il teatro e il giudizio che prima veniva ignorato su due piedi adesso è il più importante di tutti. Cambiate la pistola con una valigetta di soldi e vedete che il ragionamento diventa lo stesso.

Yannick poi prova pure a mettersi dalla parte dello scrittore e inizia, davanti a tutti, a comporre una sceneggiatura per gli attori. Stavolta si punzecchiano i critici che, abituati a sparare sentenze, una volta che devono mettersi nei panni di chi viene criticato non sanno più che fare.

È incredibile come in soli 60 minuti Dupieux sia riuscito a metterci dentro così tanto. Gli attori fanno anche un lavoro incredibile, soprattutto Yannick che, senza pensarci due volte, gli diamo il titolo di Hateful onorario

Una risposta a “Yannick”

  1. […] ricordate quando scrissi che Yannick è il classico Dupieux… senza il surrealismo (rinfrescatevi la memoria qui)? Beh, abbiamo finalmente scoperto perché. Tutto il surrealismo che manca a Yannick lo troviamo […]

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