Se l’anno scorso qualcuno mi avesse detto “uscirà un film in cui Barbie ha una crisi esistenziale”, probabilmente non ci avrei mai creduto. E invece eccoci qua. Le aspettative per questa stravagante idea della coppia Gerwig/Baumbach erano (e lo sono ancora) alle stelle, sia per critica che per incassi, e in questo primo weekend non sta perdendo un colpo a rispettare ognuna di queste aspettative. Nonostante lo scontro con Oppenheimer, al box office Barbie fa scintille (per ovvi motivi), le stesse di cui il film è pieno.
Il tono del film è chiaro, ed è questo che lo rende godibile fino all’ultimo. Barbieland esiste in tutto e per tutto e nella sua stupidità lo spettatore accetta ogni cosa che gli si para davanti: la doccia senza acqua, i bicchieri sempre vuoi, il mare inesistente, Barbie che volano, e molto altro. Ma è ovvio, è il mondo di Barbie come potrebbe essere altrimenti? Sembra quasi stupido da dire ma la coerenza la fa da padrone in un mondo completamente folle ma sensato, proprio perché è quello di Barbie, un giocattolo che tutti conoscono.
La nostra protagonista è Barbie Stereotipo (fortissima Margot Robbie). Un giorno, mentre vive la sua vita perfetta con le sue amiche Barbie perfette nel mondo perfetto di Barbieland, le viene un pensiero: cos’è la morte? Il panico si fa serio quando i suoi talloni toccano il pavimento, non sono più nella solita posizione per i tacchi. Per riuscire a tornare bella e perfetta come uno stereotipo, Barbie deve andare nel mondo reale e trovare la bambina che sta giocando con lei, perché è proprio lei che sta avendo questi pensieri e li trasmette a Barbie. Barbie Stereotipo intraprende questo viaggio, suo malgrado, con Ken, che a sua volta farà altre scoperte che porterà a Barbieland.
Tutti conoscono Greta Gerwig, ovviamente il film non poteva parlare d’altro che di femminismo e patriarcato, ma la cosa interessante è come lo fa. Usando il luogo comune delle Barbie, che come tutti sappiamo è passata dalla connotazione positiva che aveva anni fa in cui una donna poteva essere e fare quello che voleva alla connotazione attuale, dove rappresenta degli standard sociali impossibili e inesistenti, ci racconta praticamente la nascita del patriarcato, la nascita del femminismo e, nel caso di Barbieland, il giusto equilibrio tra i due. La storia è chiaramente divisa in tre parti: nella prima conosciamo il mondo perfetto di Barbieland, “governato” dalle donne; nella seconda i due vanno nel mondo reale, governato dagli uomini; nella terza, Barbeland diventa l’equilibrio perfetto. Tutti è molto diretto e semplice (nonostante io trovi che questo film non sia per un pubblico giovane, che probabilmente capirà meno della metà) a tal punto che sei quasi stufo del messaggio che il film vuole mandare talmente te lo vuole ficcare in gola. La struttura perfetta della storia che ci accompagna in questo viaggio folle, viene purtroppo accompagnata da una scrittura a volte ripetitiva, che propone molte volte gli stessi concetti (a volte capovolti) senza andare oltre o senza cambiare argomento.
Il punto forte è di sicuro l’ironia. È principalmente demenziale, soprattutto all’inizio e per le battute di Ken, ma ogni frase può essere considerata come frecciatina alla nostra società attuale. Inoltre, tanto di cappello alla Mattel per fare un film in cui viene presa in giro non poco (i loro uffici sembrano usciti da 1984).
I personaggi sono altrettanto incredibili. La nostra Barbie non è solo persa in un mondo che non conosce e in cui scopre che tutti la odiano, ma è pure confusa non riconoscendo i pensieri che ha. Esce da un lavaggio mentale dove per lei tutto è sempre stato perfetto e lei può essere quello che vuole, per arrivare nella vita vera, dove è il giudizio delle altre persone a farla da padrone. Ken, invece, ha un evoluzione più o meno opposta. A Barbieland, lui si sente completo solo se viene notato da Barbie. Nel mondo vero scopre che anche gli uomini posso governare un paese e decide che, per farsi valere e notare da tutte le Barbie, trasformerà Barbieland in Kendom. Ken è il classico uomo triste e represso disposto a tutto pur di farsi valere, e che, nonostante non ci capisca niente in materia, riesce comunque a diventare a capo di quello che vuole.
I ruoli di Barbie e Ken in Barbieland sono, ovviamente, l’esatto opposto dei ruoli di uomo e donna nel mondo reale. L’ironia e la demenzialità con cui ci viene presentata Barbieland ci fa dimenticare che è la rappresentazione estrema di come viviamo tuttora, ma all’inverso. È questo il punto forte di Barbie: racconta l’ovvio con estrema semplicità e nascosto da una tagliente ironia.
Come detto in precedenza, l’unica pecca del film è la ripetitività del messaggio che vuole mandare, che si capisce ovviamente dai primi 10 minuti di film. Se fosse stato meno diretto avrebbe magari colto più interesse, invece di porgere su un piatto d’argento tutto quello che vuole dire e basta.
Ma insomma, nessuno ci credeva ad un film su Barbie, eppure Gerwig e Baumbach ci sono riusciti. È di sicuro un film estremamente politico, ed è anche un film su Barbie, hanno probabilmente fatto l’impossibile.

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