Era attesissimo questo sequel, dopo che Into the Spider-Verse ha portato una fresca ventata di originalità nel genere d’animazione, monopolizzato dallo stile disneyano. Le avventure dello Spiderman di Miles Morales (e non solo) continuano con l’arrivo dell’inatteso supercattivo chiamato The Spot, in grado di aprire portali attraverso gli universi e distruggerli. Per riuscire a sconfiggerlo, Miles fa la conoscenza della Spider-Society: un organizzazione formata da tutti gli Spidermen di tutti gli universi conosciuti. A comandare questa società c’è Spiderman 2099, cioè Miguel O’Hara, convinto che la salvezza del multiverso dipenda esclusivamente da lui. Miles non solo dovrà riuscire a sconfiggere The Spot, ma anche a integrarsi agli altri Spidermen e salvare la sua famiglia.
Se nel primo film hanno cercato di distruggere le regole dell’animazione, in questo film vogliono sconvolgere tutto quello che conosciamo su Spiderman. È infatti l’identità il tema cruciale di tutto il film: Miles, così come nel primo film, non si sente a suo agio in famiglia, costretto a nascondere il suo alter-ego segreto, e qui si trova in mezzo ad una società che si basa esclusivamente sull’essere quello steso alter-ego. In questa avventura, viene a conoscenza che tutti gli Spidermen esistenti in tutti gli universi hanno dovuto subire gli stessi eventi, e nessuno ha fatto niente per evitarli. Se il tema di identità è il principale, il secondo è anche quello di predestinazione ad un futuro non scelto, essere vittima cosciente di eventi che non vuoi che accadano, ma che lasci accadere lo stesso. Gli eventi che vengono chiamati “canone” (il morso del ragno, la morte di zio Ben, tutti eventi che noi fan conosciamo bene), sono quelli che rendono Spiderman… Spiderman. Se a uno di loro non capitano, l’universo stesso è in pericolo. È ancora più forte il concetto che, molti di loro, sanno della presenza di quegli eventi, ma essere scelti per essere un supereroe significa subire un destino non scelto. Miles cercherà di ribellarsi a tutto ciò, ma non vi dico altro.
L’identità non è solo rappresentata attraverso le diverse maschere da ragno ovviamente, sarebbe troppo facile. Ancora una volta Sony Animation ci spara addosso colori e luci per un esperienza animata quasi estrema. Ma sono dei piccoli dettagli che fanno la differenza: ogni spiderman è animato in modo diverso, chi in digitale, chi a computer, chi con pezzi di giornale in movimento, e uno addirittura in Lego. Un universo, uno Spiderman, uno stile, un’identità diversa: non c’era modo migliore per rappresentarlo.
E lo stile non si ferma lì, anche quei pochi universi che visitiamo sono sempre lo specchio dello Spiderman che abbiamo conosciuto e che ci abita. Soprattutto nell’universo di Spider-Gwen, dove le sue emozioni si espandono su ogni muro, come una goccia che cade in un lago, permettendoci non solo di vedere la sua vera identità in quel momento, ma anche come lei percepisce tutto il suo intorno in quella rispettiva emozione.
Note dolenti? Ovviamente è tutto bello, ma la grande sorpresa che è stata Into the Spider-Verse non è raggiungibile. Inoltre, a mia sorpresa, questo sequel non è che la “parte 1”, visto che il film finisce nel pieno nell’azione sbattendoti in faccia TO BE CONTINUED. Mi ha fatto molto male.
Insomma, per una valutazione totale si deve aspettare il 2024 per Beyond the Spider-Verse. Per ora questo sequel ha pareggiato le aspettative, fatto riflettere e messo molti punti di domanda: in ogni caso un ottimo film!

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