Come succede spesso agli Oscar, i film più interessanti li troviamo sempre tra quelli in lingua straniera, e Sirat è uno di quelli più strani in questa categoria. Reduce da Cannes e vincitore del Premio della Giuria, racconta di un padre, Luis, e suo figlio alla ricerca della figlia scomparsa tra i rave del deserto del Marocco, in un presente (non molto) alternativo in cui una guerra potrebbe scatenarsi da un momento all’altro. I due, con molti improbabili compagni di viaggio, attraversano dune e campi minati, in un tragitto che li porta ad affrontare gli altri e, soprattutto, se stessi.
Sirat l’avevo trovato completamente a caso al festival di Neuchatel. Non avevo nessuna aspettativa, scelto unicamente per riempire il tempo tra un film e l’altro. Non sapevo fosse andato a Cannes, e nemmeno che avesse vinto un premio. E ovviamente non mi aspettavo di intraprendere questo viaggio con Luis, tra dei colpi di scena atroci (che non dirò) e scene altrettanto cariche di tensione. Un film che difficilmente si dimentica vista la tensione e il dolore che si prova durante la visione.
L’intero film si concentra sul viaggio e, dopo aver cercato il significato del titolo, era palese, vi lascio Google qui sotto:
“Sirāt” (الصراط) è un termine arabo che indica il ponte sottilissimo che, nella tradizione islamica, collega l’Inferno al Paradiso nel Giorno del Giudizio.
Si parla di un traghettamento tra la vita e la morte, di un giudizio in corso che verrà definito proprio da questo viaggio. E quindi tutto prende subito senso: Luis e i compagni sono come delle anime in processione in attesa di questo giudizio, così come tutte le migliaia di persone nei rave. E infatti il film non tarda a far capire che, purtroppo, non tutti possono attraversare questo ponte. Il regista quindi ci prende per mano e ci fa attraversare il ponte anche a noi insieme ai protagonisti, e ci rendiamo conto che noi non vogliamo farlo, non vogliamo essere giudicati e non vogliamo passare le prove che loro sono obbligati a passare. E rimaniamo a guardare inerti.
Un film molto potente e doloroso, reso ancora più intimo dalla scelta degli attori: infatti, la maggior parte dei compagni di viaggio di Luis, non sono attori professionisti, ma proprio persone scelte sul posto tra i rave del Marocco. Un livello ancora più profondo che fa colpire il film ancora più forte.

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