Frankenstein

Dopo essersi portato a casa il Leone D’Oro nel 2017 con The Shape of Water, Guillermo del Toro torna al Lido con un altro mostro e con un’altra famosissima fiaba. Stavolta si ispira al libro di Mary Shelley e ad uno dei mostri più famosi della storia, proprio quello di Frankenstein. Il suo stile inconfondibile ci porta un racconto diviso in 3 parti nell’intricata e profonda storia del Mostro, la sua disperata ricerca di accettazione, del suo creatore, Viktor Frankenstein, e la sua fuga dal mostro e da una vita di delusioni.

Esattamente come ha fatto con Pinocchio, del Toro prende una delle storie più famose della letteratura e la fa sua, in tutto e per tutto. Dalla regia, alla scenografia, ai costumi, ogni dettaglio è curato dalla mente e dalla mano di del Toro, e si vede tutto il cuore che ci ha messo in questo film. Persino nel design del mostro: non è il classico gigante con la pelle verde e la testa quadrata, qui è un collage di carne e pelle, un essere enorme ma con le sembianze molto più umane a quelle a cui siamo abituati in molte altre ricostruzioni della storia. Non è una figura che “fa paura” nel senso classico del termine. È anche affascinante come Del Toro si concentra molto sui suoi occhi, come a non voler solo far vedere il corpo, ma soprattutto l’anima del mostro.

Dall’altra parte abbiamo un Oscar Isaac folle che offre una delle sue interpretazioni più memorabili, regalandoci un Viktor Frankenstein perfetto e ci mostra una perfetta evoluzione dello scienziato pazzo, partendo dalle sue folli manie di grandezza: all’inizio lo vediamo intelligentissimo, convinto non solo a sfidare il successo del padre, ma pure Dio e la morte, convinto di fare del bene per l’umanità. Poi vediamo come, una volta che crea il mostro, la sua arroganza si tramuta in orrore. Viktor tratta la sua creatura senza alcun rispetto, come un bambino non all’altezza delle aspettative del padre, tutto basato esclusivamente sull’aspetto del mostro e sulla sua intelligenza. Lo vediamo infine sia in fuga dal mostro che da sé stesso.

Un’altra scelta intelligentissima di Del Toro è di sicuro quella di tenere la storia divisa in due punti di vista. Si inizia con il racconto malsano di Viktor per concludere con il punto di vista del Mostro, la sua crescita, le sue avventure, e la consapevolezza che non verrà mai accettato da nessuno. È proprio grazie a questa divisione che, sia nel libro che nel film, ti domandi chi è veramente il mostro nella storia.

Non potevamo aspettarci altro vista l’enorme passione che il regista messicano ha per tutti i grandi classici dell’horror. Ancora una volta ci dimostra come la passione possa permettere di mettere sullo schermo in modo estremamente fedele anche una delle storie che all’apparenza sembrano intoccabili. Ma Del Toro, anche stavolta, ce l’ha fatta.

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