Dopo lo stupendo Titane, l’attesa per Alpha, il nuovo film di Julia Ducournau, era alle stelle. Presentato a Cannes, il film ha fatto discutere molto… Ma non in positivo. Purtroppo, Alpha si rivela un’opera che non riesce a mantenere le promesse, un film ambizioso, che crolla sotto il peso delle sue stesse metafore.
Uno dei problemi più evidenti è la sua allegoria centrale. Il film introduce un virus fittizio che ricalca in modo evidente le dinamiche sociali e mediche dell’AIDS degli anni ’80 e ’90. La ola differenza? Questo virus tramuta, lentamente, le persone in statue. La domanda sorge spontanea: che senso ha creare una metafora quando questa si limita a sostituire un nome senza aggiungere un nuovo livello di lettura? Se l’intento era parlare dello stigma, della paura e dell’emarginazione legati all’AIDS, perché non farlo direttamente? La scelta di Ducournau di creare un nuovo virus appare da subito superflua e rende il film, paradossalmente, meno credibile. Invece di usare un’allegoria per rafforzare il messaggio, il film si limita a una sostituzione che depotenzia il discorso, rendendolo fin troppo ovvio.
Di conseguenza la vittima principale è la struttura del film, che continua a girare su sè stessa. Per tutta la sua durata, Alpha ci ripropone la stessa dinamica: il terrore del contagio, l’isolamento dei protagonisti, lo stigma sociale. Il film pone continuamente domande sul senso di colpa e sulla ricerca di un capro espiatorio, ma non evolve mai. Resta intrappolato in questo limbo di angoscia, senza approfondire i personaggi né il virus stesso. Le poche risposte che arrivano sono date con un contagocce e non fanno che aumentare la frustrazione, lasciando la sensazione di un racconto che non sa dove andare a parare.
A complicare ulteriormente le cose è la continua presenza di flashback. L’alternanza continua tra passato e presente, che dovrebbe date dettagli in più sulla famiglia delle protagoniste e sul virus, risulta invece confusionaria e, soprattutto, spezza il ritmo. I flashback appaiono spesso forzati, sembrano quasi scenette create appositamente per essere inserite in quel preciso momento del film più che momenti veramente vissuti dai protagonisti. E ovviamente vengono anche usati solo per aggiungere più “shock” alla storia, completamente fine a sé stesso. Il colpo di grazia arriva però con il twist finale, quello dell’ “allucinazione collettiva”. Questa scelta, invece di rendere la storia più profonda o toccante, rende l’intera vicenda incomprensibile e senza senso.
Infine, anche le interpretazioni, solitamente un punto di forza nel cinema di Ducournau, qui appaiono incostanti. Attori come Golshifteh Farahani e Tahar Rahim sembrano a tratti spaesati, come se faticassero a trovare un appiglio emotivo nei loro personaggi. È difficile capire se la colpa sia di una loro performance non pienamente riuscita o, più probabilmente, di una sceneggiatura che non offre loro un materiale solido su cui lavorare.
Purtroppo, Alpha è un’occasione mancata. Un film che, nel tentativo di essere profondo, finisce per essere solo confuso e pretenzioso, tradendo il talento di una regista da cui ci aspettavamo molto, molto di più.

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