Exit 8

Direttamente da Cannes troviamo uno degli horror più interessanti di quest’anno. Adattato dall’omonimo videogioco indie giapponese, Exit 8 segue la storia di un uomo intrappolato in un corridoio di metropolitana apparentemente infinito, dal quale può uscire solo individuando correttamente delle “anomalie”.

Da anni Hollywood ce la mette tutta a trasformare un videogioco in un film che si possa definire tale, solo creando flop pazzeschi (Assassin’s Creed, Uncharted, Borderlands, e chi più ne ha più ne metta). Eppure il regista Genki Kawamura è riuscito a prendere un videogioco senza nessuna trama, senza nessun personaggio e senza nessun messaggio e trasformarlo in un prodotto interessantissimo.

Il film utilizza la metafora delle “anomalie” per esplorare il concetto di pensiero critico. Per riuscire ad uscire dal corridoio infinito, il protagonista deve osservare attentamente l’ambiente circostante per individuare discrepanze e decidere se proseguire o tornare indietro. Questa dinamica richiama la necessità, nella vita reale, di saper distinguere tra verità e falsità, tra realtà e distorsioni, in un mondo sempre più saturato di informazioni e fake news. Il tutto viene espresso molto chiaramente dalla lunga sequenza iniziale del film, girata in soggettiva e (apparentemente) senza tagli, dove viene mostrato il protagonista immerso nel suo smartphone, mentre scorrono notizie su Twitter. È proprio questa distrazione a farlo entrare nel loop del corridoio senza fine. Il film critica l’uso passivo della tecnologia e come essa possa distoglierci dalla realtà, rendendoci vulnerabili e disconnessi dal mondo circostante .

Ma il film non finisce qui, ci vuole dire ben altro. Exit 8 è anche un lungo viaggio introspettivo del protagonista che mette in luce l’importanza delle scelte personali. Il ragazzo, definito come “l’uomo perso”, è costretto a confrontarsi con le sue paure, responsabilità, desideri e la sua costante incapacità di prendere decisioni o di farsi valere. Il corridoio diventa una metafora delle ruminazioni mentali e delle decisioni non prese, sottolineando la necessità di affrontare attivamente le sfide della vita anziché subirle passivamente.

Exit 8 è un esempio di come un concetto videoludico possa essere trasposto con successo sul grande schermo. Il film mantiene la struttura a loop e l’interattività del gioco originale (infatti è palese che si tratta di un videogioco, tanto che vengono pure marcati i “livelli”), coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza immersiva.

In conclusione, Exit 8 è l’esempio perfetto sia di come l’horror sta evolvendo in un genere quasi completamente nuovo (il famoso elevated horror), ma anche di come il cinema possa trarre ispirazione dai videogiochi per raccontare storie profonde e significative.

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