Blue Moon di Richard Linklater è un film che parla un linguaggio molto preciso e, soprattutto, molto settoriale. È un’opera pensata chiaramente per chi ama il teatro e per chi conosce già i personaggi storici al centro del racconto: senza questo bagaglio, è facile restare leggermente ai margini, come spettatori di una conversazione che dà per scontate troppe cose.
Ethan Hawke è, come spesso accade nei film di Linklater, impeccabile. La sua interpretazione è piena di sfumature, ritmo e controllo, ma proprio perché il film non si preoccupa di contestualizzare davvero il personaggio che interpreta, la sua bravura rischia di passare quasi inosservata a chi non conosce già quella figura e il suo peso culturale. Non è una performance che cerca di conquistare, ma piuttosto di accompagnare chi è già “dentro” al mondo raccontato.
La scelta più interessante, e anche più rischiosa, è quella di ambientare l’intero film in una sola sera e quasi interamente nello stesso bar. È un’operazione dichiaratamente teatrale, che punta tutto sui dialoghi, sulle entrate e uscite dei personaggi, sui tempi e sulle parole. All’inizio funziona: c’è un senso di intimità e di osservazione privilegiata, come se lo spettatore fosse seduto a un tavolo accanto. Ma con il passare del tempo questa staticità finisce per pesare, e la sensazione di assistere a un esercizio di stile prende il sopravvento sul coinvolgimento emotivo.
Linklater resta fedele alla sua ossessione per il tempo, per le conversazioni e per ciò che accade “tra” gli eventi più che negli eventi stessi. Tuttavia, in Blue Moon questa poetica appare più autoreferenziale del solito, meno aperta a chi non condivide già le coordinate culturali del film. Il risultato è un’opera elegante, colta, spesso brillante nei dialoghi, ma anche fredda e distante.
In definitiva, Blue Moon è un film affascinante ma esigente, che premia chi ha familiarità con il teatro e con i suoi protagonisti, e lascia invece gli altri in una posizione di ascolto passivo. Un lavoro coerente e raffinato, che però rischia di confondere profondità e immobilità, trasformando la sua ambizione teatrale in un limite più che in un punto di forza.

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