If I Had Legs I’d Kick You è un film che colpisce soprattutto per la sua capacità di costruire una tensione costante, quasi soffocante. Fin dalle prime scene si ha la sensazione di essere intrappolati nello stesso stato di frustrazione della protagonista, una pressione che non si allenta mai davvero. È un risultato notevole, ma anche il suo limite principale: la durata finisce per appesantire l’esperienza, trasformando quella tensione in stanchezza e rendendo il film più estenuante del necessario.
Il personaggio centrale è volutamente imperfetto. Lei non fa mai la scelta giusta, sbaglia continuamente, almeno secondo lo sguardo degli altri. Ed è proprio qui che il film diventa interessante: non cerca mai di renderla “simpatica” o di giustificarla, ma la espone senza filtri, lasciando allo spettatore il compito, spesso scomodo, di convivere con le sue contraddizioni. Questo rifiuto di offrire un punto di vista consolatorio è una delle scelte più coraggiose del film.
Allo stesso tempo, però, la narrazione tende a diventare ripetitiva. Le dinamiche emotive si rincorrono senza una vera evoluzione, come se il film rimanesse bloccato in un circolo vizioso che, dopo un certo punto, non aggiunge molto di nuovo a quanto già espresso.
Molto riuscita, invece, la decisione di non mostrare mai la figlia. La sua assenza diventa una presenza costante, quasi opprimente, e rafforza l’idea che tutto il film sia filtrato dallo sguardo e dal vissuto della protagonista. È una scelta che amplifica l’alienazione e rende ancora più chiaro quanto il racconto sia più psicologico che narrativo.
In definitiva, If I Had Legs I’d Kick You è un film interessante e disturbante, capace di trasmettere un disagio autentico e di proporre uno sguardo poco accomodante sulla maternità, sul giudizio e sull’isolamento. Un’opera che colpisce per coerenza e atmosfera, ma che avrebbe beneficiato di una maggiore sintesi per rendere il suo impatto davvero incisivo.

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