Venezia, assieme al regista Brady Corbet ci propongono una sfida che intitolano: The Brutalist. Un film epocale definito come un viaggio emozionale e intellettuale senza compromessi. Ambientato nel dopoguerra, il film segue la vita di László Toth (Adrien Brody), un architetto ebreo ungherese costretto a fuggire in America dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. In cerca di una nuova opportunità, László si trova a dover fare i conti con le promesse del sogno americano e a trovare il modo di far arrivare negli Stati Uniti anche sua moglie Erzsébet (Felicity Jones).
Ma perché una sfida? Non solo per la trama, che di sicuro non è tra le più leggere, ma soprattutto per la durata, che ha fatto discutere tutto il Lido durante la Mostra di Venezia. Ci avviciniamo alle 4 ore, comprese di 15 minuti di intermission, per questo film proiettato fieramente in 35 mm (così fieri da far male agli occhi). La trama è principalmente suddivisa in due atti distinti, e proprio questa scelta stilistica definisce il carattere del film. La prima metà è, letteralmente, monumentale (come viene continuamente definito in tutti i trailer). Ci immerge quindi nella vita di László: la sua fuga dall’Europa devastata e il suo arrivo in un’America che promette libertà, con una scena iniziale da brividi, resa tale anche dalla bellissima colonna sonora. Vediamo poi il lato oscuro del “sogno americano”, che divorerà lentamente i sogni di László.
La seconda parte, incentrata sull’arrivo di Erzsébet, invece, perde un po’ del fascino iniziale, cadendo in una ripetitività che non riesce a sostenere il ritmo e l’intensità della prima metà. Le lotte personali e professionali di László diventano prevedibili, e alcuni dei conflitti più interessanti sembrano risolversi troppo rapidamente o vengono lasciati in sospeso. Nonostante questo calo, la qualità delle interpretazioni e della messa in scena riesce comunque a mantenere alto l’interesse fino alla fine (soprattutto alcune scene, diciamo, inattese, non faccio spoiler).
Adrien Brody offre una performance straordinaria, dando vita a un protagonista complesso e stratificato, capace di trasmettere tanto la sua ambizione quanto le sue fragilità. Felicity Jones, nel ruolo di Erzsébet, è altrettanto convincente: il suo personaggio è il cuore emotivo del film, una figura che incarna la forza silenziosa e la resilienza necessarie per affrontare le difficoltà del nuovo mondo.
La regia di Corbet è impeccabile. Ogni inquadratura è studiata nei minimi dettagli, e l’uso delle linee rigide e geometriche delle architetture brutaliste non è solo un omaggio al movimento architettonico, ma una metafora visiva del mondo che László cerca di costruire e delle barriere che incontra lungo il cammino. La fotografia, fredda e raffinata, cattura perfettamente l’atmosfera alienante del dopoguerra e lo scontro tra la bellezza del sogno e la brutalità della realtà.
Nonostante i limiti della seconda parte, The Brutalist rimane un’opera ambiziosa e profondamente significativa. È un film che si vende come un racconto sull’arte e sull’architettura, ma che in realtà parla della condizione umana, del sacrificio e del prezzo dell’ambizione. È un’opera che sfida lo spettatore, ponendo più domande di quante risposte sia disposto a offrire, ma è proprio questa sua natura a renderlo un’esperienza unica.

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