Dopo aver perso la possibilità di aprire Venezia80 con il suo Challengers per via degli scioperi di Hollywood dell’anno scorso, Guadagnino ci riprova e torna al Lido con la sua ultima fatica (e che fatica). Il cast, come ci ha abituato, è sempre incredibile: come protagonista abbiamo un inedito Daniel Craig nei panni di William Lee, Drew Starkey è Eugene Allerton, il suo amore proibito, e ancora troviamo Jason Schwartzman e Lesley Manville.
Siamo nel Messico degli anni ’50 e seguiamo William Lee, un americano omosessuale disoccupato trasferitosi per vivere la sua vita senza nessun limite. Le sue giornate sono scandite da alcool, droghe e relazioni di una notte, senza nessun vero obiettivo a dargli un motivo per vivere. Finché un giorno vede Eugene Allerton, un nuovo giovanissimo e bellissimo volto in città che ruba il cuore di Lee sin dal primo sguardo. Lee ha finalmente una nuova droga: stabilire una relazione con Eugene sarà finalmente il suo obiettivo ultimo, ed è disposto a tutto pur di ottenerlo.
Il film è diviso in 3 capitoli più un epilogo e, mamma mia fidatevi, ogni capitolo è proprio una cosa a sé stante. Il primo è il più lungo, il più banale e, paradossalmente, il più interessante. Scopriamo a poco a poco la vita di Lee e le sue dipendenze, tra alcool, sesso e ogni tipo diverso di droga che lui possa trovare per le vie del Messico. Non ha una vera vita, è solo l’inerzia di ottenere qualsiasi piccola cosa a fine giornata a farlo andare avanti, che sia una nuova dose o andare a letto con lo sconosciuto del giorno, poco importa. Eugene si presenta quindi come una sorpresa completamente inaspettata nel campo di caccia abituale di Lee. È amore a prima vista e non perde un occasione per parlarci e invitarlo a bere. Tra i primi imbarazzi, la difficoltà sta anche nel capire se Eugene è anche omosessuale, ed è una domanda a cui non avremo mai una vera risposta (nonostante quello che si vede nel film). Lee ci va quindi giù pesante e sembra che una vera e propria relazione si sta creando ma, a poco a poco, Eugene è sempre più distante e Lee non sa più cosa fare. Non vuole assolutamente perderlo, a tal punto che è disposto a pagarlo pur di passare del tempo con lui. A questo punto lo invita a fare un viaggio in Sud America, come scusa di una vacanza, solo per passare del tempo con lui e fare delle ricerche su una misteriosa radice che si dice possa dare la capacità della telepatia. E qui inizia il secondo capitolo.
Durante il viaggio, su richiesta di Eugene, Lee abbandona tutti i suoi vizi. Ha soltanto Eugene, e non vuole perdere nessuna dose che la sua vicinanza possa dargli. Ovviamente però l’astinenza colpisce, e sono costretti a tornare indietro. Lee ci ricasca e ancora una volta la relazione si spacca. Lee è disperato e non vuole assolutamente perdere Eugene ancora una volta e decide di partire, sempre con lui, nella foresta amazzonica a cercare questa famigerata radice. Radice che diventa l’unica fatidica soluzione che Lee ha per capire Eugene: grazie alla telepatia potrebbe finalmente entragli in testa e capirlo per davvero. Finalmente, non lo perderà mai. Una dose di una radice potrà finalmente dargli la droga della sua vita: comprendere la persona che ama e non perderla mai.
Il terzo capitolo inizia a far traballare il film. Vediamo i due in Amazzonia alla ricerca della radice, riescono a trovare la dottoressa che la stava studiando e finalmente la prendono. Un sacco di scene psichedeliche di fusione di corpi conclude questo capitolo. Non si capirà mai veramente cosa hanno passato i due dopo aver assunto questa droga, se non che hanno provato un’estrema vicinanza che li segnerà per il resto della vita.
Ancora una volta per Lee è la droga a dare la risposta ad ogni suo problema, se prima era l’oppio o la cocaina, adesso è una radice leggendaria di un’antica tribù. È talmente distante dalla persona che ama che è disposto a credere e a provare tutto pur di avere un briciolo di comprensione, pur di non perderlo mai più.
Arriviamo quindi al terribile epilogo, che non sto nemmeno a raccontarvi perché è incomprensibile. Un insieme di sogni e visioni di Lee senza un vero contesto chiaro. Un accozzaglia di simboli piazzati là a caso fanno sembrare la scena una versione di Wish di David Lynch. Come concludere male una storia che sarebbe potuta andare avanti bene tranquillamente.
A sorpresa, la cosa più credibile del film è l’interpretazione di Daniel Craig. Appiccicoso, sudato e malsano, una persona triste dal primo momento che la vedi, fa veramente pietà. Per il resto, Drew Starkey non sembra veramente provarci, dà sempre le stesse espressioni e basta.
Guadagnino ha forse una delle filmografie più strane che si siano mai viste, inconsistente e sempre diversa (ma non per forza in positivo). Un po’ come la struttura di questo film: inizia con una storia d’amore banale ma con una differenza, un tossico che vive un amore tossico, ma degenera poi in riti, sogni, visioni, che su due piedi non danno niente allo spettatore se non un inutile confusione. A volte, per fare un film efficace, basterebbe scegliere cosa si vuole far vedere invece di metterci tutto.

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