227 minuti fanno paura. E no, non per la lunghezza (o almeno, non solo), ma soprattutto per come Wang Bing ci mostra le terribili condizioni di lavoro di cui questi ragazzi sono vittime. Hard Times è il secondo capitolo della nuova trilogia di documentari Youth diretta da Wang Bing, con la quale sta facendo un bel giro in tutti i festival d’Europa: il primo capitolo (Spring) è stato presentato in concorso a Cannes, il secondo capitolo (Hard Times) qui a Locarno e il terzo e ultimo capitolo (Homecoming) sarà in concorso alla Mostra di Venezia.
Tra il 2014 e il 2019 Wang Bing segue varie persone nel loro lavoro nella città di cinese di Zhili, città famosa per la produzione in massa di vestiti, in cui sono presenti 18’000 mini fabbriche di ogni tipo di indumento. In questi 5 anni di riprese il regista ha collezionato più di 9 ore di filmati, con il quale ha creato questa trilogia (apprezziamo che non ha fatto un solo film di 9 ore). Segue sempre le stesse persone in 3 periodi diversi: nel primo capitolo ci introduce le persone, i luoghi da cui vengono e la controversa città di Zhili, nel secondo ci mostra le terribili condizioni nelle quali sono costretti a lavorare, per finire con il terzo capitolo dove li vedremo vivere la loro vita a casa loro e le conseguenze del loro lavoro.
È di sicuro uno dei film più forti di questa edizione del Festival di Locarno, non soltanto perché è un documentario, ma soprattutto perché ci mostra in prima persona le atrocità vissute da questi ragazzi. Atrocità non soltanto raccontate dai ragazzi stessi, ma filmate proprio dal regista. Risse vere e proprie tra capi e dipendenti, le topaie in cui vivono, le stanze in cui lavorano, piene fino al soffitto di stoffe e macchine da cucire, i rumori infiniti delle macchine da cucire che trapano i timpani per tutta la durata del film. Una pellicola estremamente claustrofobica che non dà un attimo di tregua.
Il regista segue i ragazzi non solo come se fosse la loro ombra (infatti lo vediamo spesso riflesso in qualche specchio o vediamo la sua ombra sulle strade), ma pure un punto di sollievo e sfogo. I ragazzi lo guardano, gli parlano, gli raccontano tutto, senza filtri, Wang Bing è con loro, è uno di loro, e grazie a questa dinamica siamo completamente dentro le loro storie e viviamo con loro ogni situazione. Molto spesso ci si domanda come sia possibile che abbia potuto filmare determinate scene o situazioni, ma riflettendoci non è cosi scioccante siccome fa veramente parte di quel gruppo.
La lunghezza è di sicuro importante, ma grazie a questa immersione completa posso tranquillamente dirvi che le prime 3 ore passano tranquillamente. L’ultima ora però, risulta molto (troppo) ripetitiva, non scopriamo nulla di nuovo e approfondisce un solo argomento che si era già visto in precedenza (il pagamento e il tasso di cambio per ogni indumento).
Come sempre Wang Bing rimane un grande dei documentari, purtroppo non siamo ancora riusciti a recuperare il primo capitolo di questa trilogia, ma non vediamo l’ora di guardare il terzo a Venezia!

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