È da un po’ di tempo che Quentin Dupieux ci ha abituati a vederlo al cinema ben due volte l’anno. Nel 2023 non solo è una doppietta di film, ma pure una doppietta di festival: l’abbiamo visto a Locarno con Yannick e adesso con Daaaaaalì! Ovviamente, i due film non potrebbero essere più distanti l’uno dall’altro, nonostante abbiamo alcuni argomenti in comune.
Vi ricordate quando scrissi che Yannick è il classico Dupieux… senza il surrealismo (rinfrescatevi la memoria qui)? Beh, abbiamo finalmente scoperto perché. Tutto il surrealismo che manca a Yannick lo troviamo dieci volte tanto in Daaaaaalì!, e non esagero. Il regista racconta l’eccentrico artista spagnolo facendoci entrare direttamente nella sua testa. Vediamo sia il punto di vista di Dalì stesso, che di una giornalista intenta a produrre un documentario su di lui, e tutte le sue difficoltà. Ma non dimenticatevi che siamo sempre di fronte ad un film di Dupieux, e ovviamente non è tutto così semplice. Infatti, il film è miscuglio di linee temporali, sogni, trame alternative e, soprattutto, 5 Dalì differenti. Ci sono ben 5 attori diversi ad interpretare l’artista in questa folle storia, ognuno che rappresenta una sua età specifica, ma che nonostante tutto si mischiano continuamente. Se all’inizio la giornalista lo incontra quando ha 50 anni, lo incontrerà di nuovo a 30, e pure a 70, non c’è nessun limite in quello che Dalì può essere o diventare.
La trama (se si può definire veramente così) è principalmente divisa in due: il tentativo della giornalista di fare il documentario, e il racconto di un sogno in cui Dalì è protagonista. Se all’inizio la trama è abbastanza lineare, è proprio questo sogno, raccontato da un amico di Dalì, a confondere e mischiare tutte le certezze che avevamo in precedenza. La giornalista diventa velocemente una vittima della pazzia (e genialità) dell’artista: diventa dipendente da ogni sua richiesta, implorandolo di far parte del documentario, e così facendo entra in questo vortice di pura confusione, dove persino lei arriva a chiedersi chi è veramente. Ovviamente, diventiamo anche noi vittime del genio dell’artista. La storia è confusa e non-lineare, e l’unico che ha le mani sul timone è proprio lui, Dalì, che prende il controllo non soltanto del documentario, ma pure del film stesso, scegliendo esecuzione e finale.
Attraverso l’egocentrismo e la pomposità di Dalì, Dupieux ci racconta, ancora una volta, l’estremo dell’arte, dove tutti sono piegati da un artista intoccabile che riesce addirittura a modificare la struttura della realtà stessa (eppure da Dalì non ti aspetteresti nient’altro!). Ed è un po’ questo il legame con l’altro film del regista visto a Locarno: ritroviamo sempre dei personaggi “prigionieri” dell’arte stessa, mentre cercano di renderla più fruibile. Mentre qui, noi, siamo completamente vittime dei Daaaaaalì!

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