Evil does not exist

Fresco fresco dalla sua vincita agli Oscar con Drive my car, Hamaguchi arriva in concorso a Venezia80 con un film di soltanto 90 minuti, e per questo lo ringraziamo. Andiamo alla scoperta della calma e la quiete della campagna giapponese che viene scossa all’improvviso da un organizzazione che vuole costruire un campeggio per ricchi proprio in mezzo ai boschi di un villaggio. L’equilibrio fragile tra natura e esseri umani viene sfidato, e gli abitanti del villaggio faranno di tutto pur di evitare l’arrivo di questo nuovo tipo di turismo.

È incredibile come Hamaguchi riesca a dire un sacco di cose… senza far parlare minimamente i propri personaggi. È tutto così liscio e puro che ti viene solo voglia di farti cullare dalla storia, mentre ti porta alla scoperta di questo microcosmo rappresentato dal villaggio. Questo vale soprattutto per l’inizio del film, dove ci presenta Takumi, un taglialegna tuttofare cuore del villaggio. Vediamo semplicemente la sua routine giornaliera, e anche quella di sua figlia. Lui che vaga nei boschi a raccogliere legna e acqua potabile direttamente dalla fonte, e lei che torna a piedi da scuola attraversando gli stessi boschi. Non si riesce a non ragionare sul significato del titolo, il male non esiste. Per tutta la sequenza iniziale il film ti fa credere che qualcosa di brutto sta per succedere: lei si è persa? Lui è caduto nel fiume? Lei si è ferita? Ma ogni scena continua nella sua tranquillità. Hamaguchi continua a giocare con le nostre aspettative, visto che noi siamo abituati, sia nella realtà ma soprattutto nei film, a vedere che qualcosa va male, eppure lui ce lo dice sin dall’inizio: qui, in questo specifico posto, il male non esiste. Poesia allo stato puro che ti fa sognare ad occhi aperti.

L’equilibrio viene stravolto quando arrivano i rappresentanti dell’organizzazione a presentare il progetto del camping di lusso. Gli abitanti discutono e cercano di far capire gli enormi problemi che creerebbe sia a loro che ai boschi, lasciando i rappresentanti senza parole, tanto che uno vuole perfino trasferirsi nel villaggio. In questa seconda parte l’ecologia diventa l’argomento principale, difeso da tutti gli abitanti da più punti di vista, ma più penso al film più mi rendo conto che non si parla unicamente di ecologia. Hamaguchi tratta il villaggio e la natura come una creatura unica, gli abitanti sono certamente legati alla natura, ma ancora di più al villaggio, e uno non può esistere senza l’altro. Ed è esattamente l’equilibrio visto in precedenza, la tranquilla routine di Takumi e sua figlia. Un legame estremamente forte tra un villaggio, delle persone e la natura. Nessuno è diviso, tutto è compreso con gli altri: un vero e proprio ecosistema.

Ovviamente il villaggio si sente minacciato dall’arrivo di questa organizzazione e, come viene detto e come tutti sanno, quando la natura viene minacciata, beh, si difende, e sarà proprio Takumi, il tuttofare, a sporcarsi le mani.

Hamaguchi riesce ancora una volta a raccontare, attraverso tanta poesia, un difficile equilibrio che viene sempre sezionato. Siamo abituati a sentir parlare di ecologismo, natura, biodiversità, dimenticandoci che anche noi ne siamo parte. Il villaggio, i suoi abitanti, Takumi, i boschi, sono tutti un unico elemento pronto a tutto per difendersi, perché, purtroppo, nella realtà il male esiste.

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