Green Border

Nel pieno della frenesia di metà Mostra, arriva la regista polacca Agnieszka Holland a prenderci con la forza, farci sedere sulle scomodissime sedie del Palabiennale per 2 ore e mezza e a schiaffeggarci con forza ripetendo: “ecco cosa sta succedendo!”. Di sicuro il film più potente, e uno dei miei preferiti, di questa Venezia80, non lascia un discorso aperto, è chiaro, diretto e senza nessun filtro.

Il film è diviso in 4 capitoli (più un epilogo). Ogni capitolo introduce e racconta dei personaggi, ma vediamo sempre altri entrare ed uscire da più capitoli.

Si inizia con una famiglia siriana, appena atterrata in Bielorussia, che vuole passare il confine e arrivare in Polonia, dove attraverso amici potranno raggiungere un altro familiare in Svezia. La famiglia è composta da due figli, i rispettivi genitori, e il nonno. A loro si aggiunge una signora, Leila, conosciuta in aereo, anche lei diretta in Polonia. Inizialmente pieno di speranza, il loro viaggio si tramuta velocemente in un incubo: vengono braccati dalla polizia polacca che, senza nessun diritto, li sbatte (letteralmente) dall’altra parte del confine, riportandoli in Bielorussia. Ma anche qui vengono scoperti dalla polizia bielorussa, che a loro volta li spinge in Polonia. È tutto un gioco, per la polizia di confine: se loro non sono nella mia terra, non sono un mio problema. E allora continuano così all’infinito, giocando con le vite di uomini, donne e bambini, derubandoli di soldi, orgoglio e ogni parvenza di speranza.

Come dicevo in precedenza, Holland non nasconde niente, ci fa vedere tutto come sta: la durezza della foresta (il confine verde che dà il titolo al film), il freddo della notte, il dolore ai piedi, lo sfottimento e la malvagità dei poliziotti. Non è sempre facile tenere gli occhi sullo schermo, le immagini ti entrano subito dentro.

In seguito, conosciamo una delle guardie di confine polacche, sia mentre viene istruito nel suo “lavoro”, sia mentre lo compie. Inizialmente lo vediamo come un cieco pedone, completamente assuefatto da ordini e bugie le mette in atto senza nemmeno guardare chi ha davanti. Il suo cambiamento è una parte cruciale del film ma al tempo stesso è quella che ho trovato la meno dettagliata. Ovviamente, il film si sofferma sulle cose più potenti. Una guardia di confine che passa da malvagia a brava nell’arco di una giornata è abbastanza improbabile, e infatti il personaggio è approfondito solo in parte.

Gli ultimi che conosciamo sono un gruppo di attivisti che, nel limite delle loro abilità, cercano di aiutare tutte le persone che trovano nella foresta vicina al confine. Insieme a loro, Julia, una psicologa che decide di far parte del gruppo. Decisi ad aiutare il maggior numero di persone, sono però limitati dalla legge, che non gli permette di entrare nella zona di accesso limitato, di portare rifugiati in macchina né di accogliere rifugiati in casa. Vanno quindi avanti dando cibo, medicine e aiuto legale, riempiendo formulari per l’asilo politico. Il gruppo però si sfalda, quando Julia si rende conto che quello che fanno non è abbastanza, e la gente continua a morire davanti ai loro occhi.

È incredibile quante storie racconta la regista Holland. Un viaggio dell’orrore a 360 gradi sotto ogni punto di vista: il massacro dei rifugiati, la lotta etica delle guardie, l’impotenza degli attivisti.

Green Border è un film che non si dimentica facilmente. Ti entra e ci resta, senza nessuna tregua. In questa storia, la speranza è un lusso, conta solo la sopravvivenza, in un posto dove non siamo tutti uguali, ma vittime sia della natura che di noi stessi.

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