Wes Anderson è diventato in poco tempo uno dei registi più riconoscibili in circolazione. Basta un frame per capire che si, quello che stai guardando è proprio un suo film. Nel suo penultimo film, French Dispatch, si è preso una bella dose di steroidi, creando quasi una parodia del suo stile: troppo dettagliato, troppo raccontato, troppo pulito… insomma troppo Wes Anderson. Il racconto di Asteroid City è, per fortuna, un po’ meno “Wes Anderson”, e ti accompagna nella storia in modo molto più semplice. Non sto nemmeno qui ad elencare il cast, andate a cercarlo, riconoscerete ogni attore in questo film.
Come sempre, Anderson comincia il racconta dicendoci da dove arriva: Asteroid City è una pièce teatrale di un grandissimo drammaturgo americano che sta per essere messa in scena. Ci presentano gli attori che interpretano i personaggi e il luogo, fittizio, dove la storia è ambientata. Siamo quindi suddivisi tra scene in bianco e nero e con un formato in 4:3 che rappresentano il “mondo reale”, fuori dalla pièce teatrale e fuori da Asteroid City. Le scene a colori e in widescreen sono lo spettacolo stesso, il nostro bel film in tutto il suo splendore. Una divisione netta, i due mondi sono separati con decisione, e vengono in contatto in soltanto due momenti ben precisi (che non vi dico).
Asteroid City, quindi, è un piccolo villaggio in mezzo al deserto, dove 5000 anni fa è caduto un meteorite, lasciando un cratere di 30 metri. Augie e altri personaggi eccentrici sono radunati per la fiera della scienza dove dei ragazzi, tra cui il figlio di Augie, presentano i loro progetti scientifici. Durante un evento notturno però, un alieno fa capolino nel cratere, recuperando il vecchio meteorite. Vengono quindi tutti messi in quarantena ad Asteroid City dall’esercito americano che cerca di insabbiare l’evento. Ma ormai tutti l’hanno già visto, e molte domande girano tra prigionieri.
Per fortuna Anderson ha deciso di schiacciare un po’ il freno con questo suo stile, perché se ci avesse proposto un altro French Dispatch avrei forse abbandonato. Asteroid City torna un po’ indietro, purtroppo non ha ancora il giusto equilibrio tra trama e stile come aveva Grand Budapest Hotel (secondo me, il suo film migliore), ma siamo sulla buona strada. Soprattutto nella scena introduttiva, il racconto sembrava una fiaba e ti cattura subito. Una volta entrati ad Asteroid City però, con questi personaggi caricaturali e il paesaggio simmetrico e pastello, rimani talmente folgorato dalla scenografia che perdi quasi il contatto con la storia.
Tutti i personaggi capitano nella città quasi per caso e assistono ad un evento storico ancora più casualmente. Il film molto spesso cerca di ragionare su se stesso: ma cosa significa questo evento? perché quel personaggio ha fatto questa azione? Dando sempre delle risposte diverse o cercandone altre quando una risposta non lo soddisfa. Penso sia proprio questo il messaggio che Anderson vuole mandarci attraverso questi personaggi. Sono tutti alla ricerca di qualcosa, sono tutti persi nella loro vita e nelle loro insicurezze. Vedere un alieno che compare dal nulla gli fa dubitare della realtà e cercano un significato più grande, che può dargli una ragione per vivere. Sarà una nuova relazione? O la vincita di un concorso? O semplicemente tornare a casa dai propri cari? Il film, ovviamente non dà una risposta, sta a noi capire perché siamo andati ad Asteroid City… e perché andiamo via.
Non saprei come definire le performance degli attori in un film di Wes Anderson, talmente sono caricaturali e tipiche. Sono più teatrali che da cinema e fanno parte del “pacchetto Anderson”, quindi ormai me ne faccio una ragione. Però non riesco a togliermi dalla testa la somiglianza tra Jason Schwartzman e Paolo Ruffini.

Lascia un commento