Perfect Days

A volte, sono le storie più semplici a lasciare il segno. Wim Wenders lo fa attraverso la vita di Hirayama, un uomo taciturno di settant’anni, abita in centro a Tokyo e lavora come netturbino dei gabinetti pubblici della città. Appassionato di musica, lettura, fotografia e alberi, passa le giornate nella solita routine, nella soddisfazione di una vita felice e completa. Alcuni incontri gli faranno domandare se c’è forse di più nella vita che si possa ottenere.

Wenders racconta questa storia semplice con tantissima poesia. Ci catapulta nella quotidianità di Hirayama a tal punto da conoscerne ogni dettaglio. A metà film sappiamo cosa ogni suono rappresenta, che momento della giornata è, e cosa ci sarà dopo. Conosciamo intimamente quest’uomo solo, e ci domandiamo se per lui ci sarà di più, rendendoci conto poco a poco che lui non ha bisogno di nient’altro.

Il suo collega Takashi, ogni tanto, lo fa scendere dalla nuvola in cui vive, riportandolo sulla terra ferma. Conosce la sua ragazza e scopre la possibilità di condividere una passione con qualcuno. I due, anche se brevemente, condividono piccoli momenti mentre ascoltano musica grazie alla grandissima collezione di cassette di lui. Dei piccoli momenti che scombussolano la routine di Hirayama senza che nemmeno lui se ne rende conto. L’arrivo inaspettato per qualche giorno di sue nipote gli porterà ancora più dubbi: come può questa ragazza, con una vita così diversa dalla mia, voler scappare dalla famiglia per venire da me? La risposta non tarda ad arrivare quando la madre, cioè la sorella di Hirayama, arriva per riprenderla. La tipica donna in carriera che ha ottenuto tutto, ma non ha che una frazione della felicità di Hirayama. Dal suo piedistallo guarda il fratello dall’alto al basso chiedendogli “ma veramente pulisci i gabinetti?”. Senza rendersi conto che a lui non serve altro.

La musica la fa da padrone, ogni sentimento del protagonista viene descritta attraverso una canzone (ovviamente non manca Perfect Day di Lou Reed). La libertà di Hirayama non è solo rappresentata attraverso la moltitudine di canzoni (ed emozioni) che ha collezionato, ma anche dalla sua passione per gli alberi, che lui non perde occasione di fotografare. Persino casa sua è vicino all’enorme struttura panoramica di Tokyo chiamato SkyTree, l’unico albero artificiale gigante di tutta la città, che torreggia su ogni inquadratura come un soldato che protegge un suddito.

È la purezza del personaggio di Hirayama che spinge la storia e fa capire che sono le piccole cose a fare la differenza, non c’è bisogno di nessuna complessità, nemmeno nella città più complessa e caotica del mondo, Tokyo. La grandissima interpretazione di Koji Yakusho gli ha fatto ottenere la Palma d’oro per miglior attore, nonostante lui pronunci solo qualche parola in tutto il film!

Il film più semplice e toccante che ho visto in questa edizione di Cannes, e finalmente si può usare l’aggettivo semplice come un complimento!

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